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Marco I. Rupnik, Natività, Battistero della cattedrale di San Sebastiano, Bratislava (2011)

ANCORA DAVATI AL PRESEPIO

Paolo Cugini

Diceva il filosofo Mircea Eliade che, uno dei riti comuni incontrati nei popoli antichi, consisteva nel narrare l’origine delle cose prima di una semina.

Il senso della narrazione
Questa narrazione, costituiva una specie di benedizione per il raccolto, perché era un modo per riporre ordine nella realtà, per ritornare simbolicamente all’epoca degli inizi.

Riascoltare la narrazione del Natale del Signore può avere, dunque, il significato profondo di ripercorrere il cammino che nella storia ha compiuto il messaggio di Gesù. È una sorta di “ritorno alle origini”, che permette di ripartire daccapo, di tentare di colmare quella distanza che sembra incolmabile tra Vangelo e cristianesimo, tra Gesù e la dottrina, tra l’inizio della storia e l’oggi della comunità.

“Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio” (Lc 2, 7). È sempre affascinante ascoltare la pagina del Vangelo di Luca, in cui viene narrata la nascita di Gesù.

Una narrazione strana per il profondo realismo che contiene. Chi avrebbe potuto inventare, infatti, una storia simile, in cui la nascita del Salvatore del mondo è descritta in un modo così diverso da come ci si aspetterebbe? Chi mai avrebbe potuto narrare la nascita di un re in un contesto di povertà e di rifiuto?

In ascolto della realtà
Si tratta, dunque, di un dato importante, che va tenuto in considerazione per tutti coloro che s’identificano con il massaggio del Vangelo. Il primo modo per essere fedele al Vangelo consiste nell’aderenza alla realtà così come Dio l’ha voluta manifestare, senza volerla abbellire o edulcorare, perché è nella realtà che si manifesta la verità. Forse, mai come in questo contesto culturale postmoderno, l’occidente ha avuto la possibilità di aderire alla realtà, per ascoltarla così com’è, senza precederla con sistemi concettuali.

Un primo insegnamento del presepio, mi sembra proprio questo: rimetterci in silenzio, in ascolto della realtà, per essere disponibili a cogliere il mistero della vita per come di manifesta, per lasciarci stupire, così come fanno i bambini quando scoprono le cose. Non diceva, infatti Gesù: “se non ritornerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3)?

Natale significa, allora, disponibilità a mettere da parte le nostre presunzioni, le nostre precomprensioni, per ascoltare la realtà come fanno i bambini, vale a dire, come se fosse la prima volta.

Un grande sovvertimento
Che verità incontriamo quando ci poniamo in ascolto della manifestazione della realtà così com’è? Senza dubbio non coglieremo la verità nella forma della dottrina, ma dell’evento che si realizza nella storia e, di conseguenza, cambia nel tempo perché è caratterizzata dalla contingenza. In occidente identifichiamo la verità con l’astrazione, per metterci al riparo dall’inquietudine che la manifestazione della realtà nel tempo presente provoca. Per questo, abbiamo elaborato le dottrine, per stare tranquilli, per ripararci dalla realtà, per non permetterle di scombinare i nostri piani.

In questa prospettiva, il Natale rappresenta il più grande sovvertimento delle dottrine umane, dei progetti precostituiti, delle teologie fatte su misura. Dio è entrato nella storia in modo sorprendente, prendendoci alla sprovvista, obbligandoci a smantellare i nostri sistemi presuntuosi.

Davanti al presepio, non abbiamo possibilità di scelta: o lo ascoltiamo e accogliamo i contenuti che quell’evento ci vuole rivelare, o lo rifiutiamo edulcorandolo, che è la forma pervertita di ogni teologia che non accetta di essere smascherata e, di conseguenza, modificata. Non a caso a fare festa dinnanzi al presepio non c’erano i dottori della legge, ma i pastori; non c’erano i ricchi mercanti, ma i poveri.

Attenti alla sorpresa dell’evento
“Mentre si trovavano in quel luogo si compirono per lei i giorni del parto” (Lc 2, 6). Alla faccia delle progettazioni e degli schemi pastorali! Il compimento del tempo annunciato dai profeti avviene in modo inaspettato e in un luogo non pianificato. Che cosa significa questo dato così strano, ma portatore di significati? Forse che l’accoglienza del Vangelo esige la capacità di accompagnare gli eventi così come si manifestano, anche perché il mistero di Dio è annunciato nell’evento.

Educarsi all’attenzione è uno dei compiti più importanti che abbiamo dinnanzi a noi perché, come diceva Simone Weil: “L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto […] ogni volta che si presta veramente attenzione si distrugge un po’ di male in sé stessi” (Simone Weil, Attesa di Dio). Natale, allora, significa rieducarsi alla sorpresa dell’evento, significa l’umiltà di lasciarsi spogliare dalle proprie teologie, dai propri modi di pensare Dio, per deporre le nostre armature di difesa ed essere, in questo modo, disponibili ad accogliere il mistero di Dio, così come si manifesta nel tempo presente della comunità e della nostra personalissima storia.

L’umanità, spazio dell’incontro con Dio
Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia” (Lc 2,7). Che liturgia spettacolare! Dinanzi a questa meraviglia di semplicità, che comunica il modo autentico di Dio di venire in contatto con l’umanità, colpisce per contrasto, il residuo visibile nelle nostre liturgie dei culti pagani che, per dire Dio, hanno bisogno di rivestirlo con la pesantezza del sacro. La liturgia del presepio narrato da Luca, smaschera le strutture pagane del sacro, rompe gli incantesimi della religione, comunicando che, d’ora innanzi, chi intende incontrare Dio, non ha più bisogno di aggrapparsi alle forme sacrali della religione inventata dagli uomini, ma può incontrarlo nella semplicità ed essenzialità della vita famigliare. Che meraviglia di messaggio! L’umanità come spazio dell’incontro con Dio.

Natale, in questa prospettiva, significa una proposta di umanizzazione per tutti gli uomini e le donne che desiderano vivere in modo autentico. Significa, anche, l’umiltà di trovare il tesoro della propria esistenza nello spazio della vita quotidiana della famiglia.

Il Natale è la stella luminosa che indica il cammino che l’umanità può percorrere: dalla religione patriarcale degli uomini alla comunità di discepoli e discepole uguali creata da Gesù; dal sacro che dice distanza da Dio, alla riscoperta della sua approssimazione a noi attraverso il Figlio, che vuole dire la possibilità d’investire in modo significativo nelle relazioni umane; dalla dottrina dei sapienti, alla semplicità del Vangelo, che parla ai piccoli ed esige umiltà.

Avviciniamoci, allora, anche noi al presepio, contempliamolo come se fosse la prima volta, lasciamoci inebriare dalla sorpresa del Natale del Signore, per fare in modo che le nostre vite, le nostre comunità corrispondano all’evento contemplato ed accolto. Proviamo a vivere ciò che con semplicità contempliamo.

Paolo Cugini
Parroco di quattro parrocchie nella campagna bolognese

[Pubblicato il 27 dicembre 2020]
[L’immagine è ripresa dal sito it.dreamstime.com]

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