Home > Archivio > Editoriali > ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO FRANCESCO E L’ISLAM
Papa Francesco con il Grande imam di al-Azhar, Ahamad al-Tayyib

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
FRANCESCO E L’ISLAM

Luigi Sandri

Il rapporto con l’Islam, assai importante per il pontificato in atto, è sfociato infine nel patto sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale” firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da Francesco e Ahamad al-Tayyib, Grande Imam di al-Azhar, il maggior centro teologico del mondo sunnita. Un traguardo impressionante che, però, mentre illumina alcuni problemi, altri ne adombra, o rinvia a successivi, complicati e tuttavia necessari approfondimenti teologici sia in campo cattolico sia in quello musulmano.

L’incidente di Ratisbona
Dal marzo del 2013, in sette anni Bergoglio ha toccato diversi paesi graniticamente musulmani, o con popolazione a maggioranza musulmana, o con una sua corposa minoranza: Albania, Terrasanta (Giordania, Territori palestinesi, Israele), Turchia, Kenya, Uganda, Repubblica centroafricana, Sarajevo, Sri Lanka, Filippine, Azerbaigian, Birmania, Bangla Desh, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Mozambico, Madagascar, Mauritius. Ovunque ha evidenziato l’urgenza del dialogo tra cristiani e musulmani, e ribadito la “intollerabilità” di una violenza praticata adducendo, per e nel compierla, il nome di Dio.

Tra questi viaggi, il più gravido di conseguenze è stato forse quello in Egitto. Per “situarlo”, occorre partire dall’”incidente di Ratisbona”, del 12 settembre 2006. Nella città tedesca, Benedetto XVI era sembrato fare sua l’affermazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, nel 1391, ad un dotto musulmano: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Tali parole – poi ufficialmente ridimensionate (ma forse Ratzinger si ritrovava davvero in esse) – avevano sollevato un mare di polemiche nel mondo musulmano, ad iniziare da al-Azhar, reazioni ancora vive quando nel marzo del 2010 al-Tayyib prenderà la guida del Centro. Sarà solo con l’avvento di Francesco che, a poco a poco, il clima cambierà. Il 23 maggio 2016 il papa riceve il Grande Imam: è l’inizio della “sglaciazione” e la premessa di un viaggio di Bergoglio al Cairo.

Il viaggio in Egitto
Nel giorno in cui i copti celebravano la loro festa delle Palme, il 9 aprile 2017, vi furono due sanguinosi attentati, miranti proprio ad indicare – idealmente – la volontà di cancellare quel gruppo religioso dall’Egitto; ambedue compiuti da kamikaze legati a Isis-Daesh del cosiddetto Stato islamico. A Tanta, sul delta del Nilo, i morti furono 27 e 78 i feriti; ad Alessandria 17 e 48 feriti. In questo attentato per poco non fu ucciso anche Tawadros II, papa di Alessandria, patriarca della Sede di San Marco e capo della Chiesa copta egiziana. Questo background spiega perché ferree fossero le misure di sicurezza (come noi giornalisti potemmo ben constatare) quando pochi giorni dopo, il 28 aprile, Francesco sbarcò al Cairo dove subito incontrò il presidente Abd al-Fattah as-Sisi.

Poi al Conference Center di al-Azhar, dove gli fece gli onori di casa al-Tayyib, nel suo discorso alla Conferenza internazionale per la pace ricordò che otto secoli prima Francesco di Assisi in Egitto aveva incontrato il sultano Malik al Kamil. E, rilevò: “In quanto responsabili religiosi, siamo tenuti a portare alla luce i tentativi di giustificare ogni forma di odio in nome della religione e a condannarli come falsificazione idolatrica di Dio: il suo nome è Santo, Egli è Dio di pace, Dio salam. Perciò solo la pace è santa e nessuna violenza può essere perpetrata in nome di Dio”.

La cittadinanza è la base dei diritti e dei doveri
Quindi, con Tawadros firmò una Dichiarazione comune dove, a parte riferimenti a temi teologici intra-cristiani, si afferma: “La nostra condivisa testimonianza cristiana è un provvidenziale segno di riconciliazione e di speranza per la società egiziana… Tutti i membri della società hanno il diritto e il dovere di partecipare pienamente alla vita del Paese, godendo di piena e pari cittadinanza e collaborando a edificare la loro nazione”.

L’inciso sulla cittadinanza prospetta che essa, e non la religione, dovrebbe essere la base dei diritti-doveri. Il riferimento sottinteso è che nei paesi islamici o a maggioranza musulmana, di solito – de facto o de jure – i non musulmani non hanno uguali diritti di quelli; sono, insomma, considerati dhimmi (=protetti, il che in genere significa discriminati).

Considerati con il senno di poi, questi eventi e documenti sembrano tracciare la via che porterà ad Abu Dhabi: un approdo reso possibile dalla fiducia reciproca stabilitasi tra Francesco e al-Tayyib.

Il Documento sulla fratellanza umana
Gli Emirati Arabi Uniti (Eau)sono sette: ciascuno di essi, al suo interno è retto da una monarchia assoluta; il presidente della Federazione è l’emiro di Abu Dhabi. Essi hanno una superficie di 83.600 kmq (ma quello di Abu Dhabi, da solo, è vasto 73mila kmq), con nove milioni di abitanti.

Gli emiratini-doc sono fermamente musulmani; ma nel paese alto è il numero degli immigrati, donne e uomini provenienti dal Medio Oriente, dall’India e dal Sud-est asiatico, molti dei quali cristiani, operanti come agricoltori, pastori, muratori e badanti. Perciò la composizione religiosa degli Eau è variegata: musulmani, 76,9%; cristiani 12,6; induisti 6,6; buddhisti 2%. I cattolici sono 900mila, guidati dal vicario apostolico per l’Arabia del Sud, il vescovo cappuccino svizzero Paul Hinder.

Ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 il papa con il Grande Imam ha firmato il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale”. Del testo qui citiamo quelli ci sembrano i punti qualificanti.

§ “In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace, proclamiamo che…”.

§ “Noi, pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità […] conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco”.

Le religioni e la violenza
§ “Dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi”.

§ “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”.

§ “Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza”.

§ “Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze”.

§ “Condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo”.

§ “È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità”.

§ “Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi”.

Un percorso difficile
Conclusione: “Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi”.

Va notato, intanto, che il mondo musulmano non ha papa; e, quindi, il peso del Grande imam di al-Azhar non è analogo a quello che ha un papa nella Chiesa cattolica romana. Ancora, al-Tayyib rappresenta, in certo modo, l’islam sunnita; non, di per sé, quello sciita.

Il testo di Abu Dhabi – pur sapendo che la realtà attuale lo contraddice – esprime comunque la speranza che il concetto di “fraternità umana” diventi pensiero comune del miliardo e trecento milioni di cattolici oggi viventi nel mondo e del miliardo e quattrocento milioni di sunniti. Il sogno si realizzerà? Ancora più ardua sarà l’attuazione del “patto”, nel mondo musulmano, a riguardo del primato della cittadinanza sulla religione, come fondamento dei diritti.

La sfida del pluralismo
Da un punto di vista teologico, assai forte è, nel “patto”, l’affermazione che il pluralismo e le diversità di religione fanno parte del piano di Dio sul mondo. Accolte, tali parole, svuoterebbero le pretese dei fondamentalisti e dei jahidisti. Ma esse pongono problemi anche allo statuto delle “missioni” della Chiesa cattolica, e alla sua idea di “evangelizzare” (pur svuotando tale concetto di ogni venatura colonialista).

Ancora: il “patto” fonda la fratellanza umana sulla fede in Dio; epperò oggi milioni e milioni di persone rifiutano questa base, e non per questo smettono di impegnarsi per un mondo più giusto e più fraterno. Insomma, la base teorica del documento di Abu Dhabi appare a molti estranea. Questa “distanza” emerge limpidamente là dove esso mette sullo stesso piano terrorismo, eutanasia ed aborto: livellazione inaccettabile per gran parte del pianeta, non solo dell’Occidente, perché equipara pratiche ripugnanti, come il terrorismo, con normative su eutanasia ed aborto ponderate e approvate da liberi parlamenti.

Infine, una annotazione: ad Abu Dhabi l’emiro permette di costruire chiese per il milione e duecentomila cristiani (oltre ai cattolici, ortodossi e protestanti). Nella confinante Arabia Saudita, “la terra del Profeta”, dove come donne e uomini immigrati lavorano oltre due milioni di cattolici, questi non possono avere nemmeno una chiesa. L’islam pluralista.

Luigi Sandri
Informatore religioso per la rivista “Confronti” e i quotidiani “Alto Adige” e “L’Adige”.
È stato corrispondente Ansa da Mosca e da Tel Aviv.

[Pubblicato il 13 aprile 2020; l’immagine è ripresa dal sito saveriani.it]

Articoli della serie Anno settimo del pontificato
A. Grillo, Francesco e l’azione liturgica
MD. Semeraro, La piramide rovesciata della santità
F. De Giorgi, Continuità e discontinuità

1 Commento su “ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
FRANCESCO E L’ISLAM”

  1. Non sono una lettrice costante dei vostri invii .. ma oggi ho letto questo. Noto:
    “È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità”. questo passo é sicuramente un passo avanti ( scusate il gioco di parole) che va approvato, é pur sempre qualcosa. Ma certamente questa concessione quasi quasi é come se delimitasse/limitasse i diritti della donna a “solo” questo, senza prendere in considerazione davvero la parità di dignità e diritti ( ad esempio nel matrimonio o nella famiglia) che “La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani” non esprime a sufficienza. ma forse é un pretendere troppo. Un passo alla volta… in fondo anche in Italia i diritti delle donne non é da moltissimo che sono stati proclamati/riconosciuti… anche in campo cattolico!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
LA LIBERAZIONE DEI POVERI

PENSANDO A BOSE
E ALLA CHIESA

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
SOLITUDINE E OPPOSIZIONI

CHIESE VUOTE
PER CHI SUONA LA CAMPANA?