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Giotto, Adorazione dei magi (1303-1305, part.). Padova, Cappella degli Scrovegni

EPIFANIA DI UN MESSIA
ADORATO E RIFIUTATO

Giuseppe Florio

Ogni anno, nelle nostre chiese occidentali, dodici giorni dopo la Natività, celebriamo la festa dell’Epifania. E nei presepi aggiungiamo le figure del Magi che vengono di solito definiti ‘re’. Una cosa è certa: con la ‘narrazione’ della loro visita a Betlemme si apre un orizzonte che dobbiamo attentamente considerare. Ma, purtroppo, da molto tempo, sembra prevalere a livello non solo popolare, l’immagine della Befana… con la sorpresa dei suoi doni… e, infine, siamo soliti aggiungere che l’Epifania ogni festa porta via!

Un racconto allegorico
Epifania è un termine che deriva dal greco: epi, dall’alto; phànein, apparire, manifestare, rivelare. Di che ‘manifestazione’ si tratta?

Nel vangelo di Matteo e solo nel suo vangelo, al capitolo secondo, leggiamo 12 versetti che presentano dei Magi che, dall’oriente, vanno ad adorare “il re dei Giudei” a Betlemme, la città di Davide. E sarebbero stati guidati dalla “sua stella” (v.2).

Nella Bibbia di Gerusalemme (edizione 2009), nella nota che presenta questa visita dei Magi, è scritto che si tratta di un racconto haggadico (pag. 2315). Che cos’è la haggadah? È una vera e propria ‘narrazione’. Come gli episodi dell’Esodo che venivano ricordati nella celebrazione della Pasqua ebraica. Siamo di fronte ad un racconto allegorico, con una razionalità nascosta che necessita una attenta interpretazione.

È uno stile letterario tipicamente giudaico. Infatti, il vangelo di Matteo viene redatto nelle comunità denominate ‘giudeo-cristiane’, di ebrei convertiti al cristianesimo ma che auspicavano di conservare una forte relazione con la tradizione culturale ebraica. Al medesimo tempo, queste comunità, non hanno potuto evitare il conflitto con il giudaismo ufficiale. Perché? Perché il movimento cristiano rifiuterà il messianismo politico nazionalista del giudaismo.

Il racconto dei Magi diventa così l’occasione per riaffermare l’apertura universale a tutti i popoli, in netta opposizione al rifiuto e all’ostilità sostenuti da Israele.

Premesse per capire
Ecco alcune premesse, troppo brevi, per leggere il brano dei Magi e coglierne il messaggio.

Bisogna tener sempre presente il primo capitolo del vangelo di Matteo. Gesù ha un’origine storica, è figlio di Davide e quindi figlio di Abramo. Se è “figlio di Davide” abbiamo il titolo messianico che il giudaismo farisaico riconosceva. Poi, è figlio legale di Giuseppe, ma Maria, sua madre, “si è trovata incinta per opera dello Spirito santo” (v. 18). Quindi ha un’origine divina, è “Figlio di Dio”. Per questo sarà chiamato Yeshua (yehoshua), il Signore è salvezza.

E Matteo non esita a citare Isaia che aveva preannunciato la nascita di un Emmanuele (Is 7, 14), cioè, un Dio con noi che porterà a compimento le attese messianiche d’Israele. Come si vede, l’origine di questo Gesù, rivela un’identità quanto mai paradossale e non stupisce il fatto che siano poi sorte delle calunnie pesanti al riguardo nell’ambiente giudaico.

A questo punto arriverebbero i Magi. Non è scritto che sono dei re. Forse erano degli astrologi. Sarebbero guidati da una stella ma, se Gesù è nato nel 6 a. C., (come ritengono oggi gli esperti) in quell’anno non si segnala alcun fenomeno astrologico particolare. Forse Matteo è sintonizzato sul Salmo 72: “I re di Tarsis e delle isole portano offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi … vivrà e gli sarà dato oro di Arabia” (Sal 72, 10.15).

Riconosciuto da popoli lontani e rifiutato da Israele
Questi Magi vanno prima di tutto a Gerusalemme dove si trova Erode (il suo potere dispotico è durato dal 37 al 4 a. C.) e le autorità giudaiche. E qui appare il contrasto che caratterizza il nostro brano: i Magi sono veramente alla ricerca di questo Messia (“siamo venuti ad adorarlo” v. 2), mentre Erode e le autorità sono “turbati” e sorpresi. Allora Erode convoca i maestri e le autorità religiose per sapere dove sarebbe prevista la nascita del Messia. Facendo riferimento al profeta Michea la località sarebbe Betlemme: “E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei affatto il più piccolo capoluogo di Giudea; da te infatti sorgerà il capo che guiderà il mio popolo Israele” (Mic 5, 1; 2Sam 5,2).

Matteo vuole sottolineare che, già dalla nascita, questo bambino suscita due reazioni opposte. I Magi sono felici di andare ad incontrarlo, di coronare la loro ricerca; Erode e le autorità sono dominate dal sospetto e dall’ostilità. Cioè, il giudaismo ufficiale lo rifiuta, quelli venuti da lontano lo cercano e lo riconoscono.

Ecco il quadro paradossale nel quale le comunità giudeo-cristiane hanno collocato questo bambino adorato dai Magi. Ma a Betlemme è solo l’inizio. Infatti, nell’ultima settimana di Gesù a Gerusalemme, il sommo sacerdote lo accuserà di bestemmia e quindi meritevole di morte (Mt 26, 63-66). Pilato, l’autorità politica, lo farà crocifiggere e il motivo scritto sulla croce lo conosciamo: “Costui è Gesù, il re dei Giudei” (Mt 27, 37).

La dodicesima benedizione
Una annotazione per meglio comprendere il ‘contesto’ del vangelo di Matteo e delle comunità giudeo-cristiane. Già al tempo di Gesù, il maestro di Paolo, Gamaliele, raccomandava di recitare ogni giorno le 18 Benedizioni (Amidah, in ebraico). Dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C., i superstiti si riuniscono a Jamnia circa 20 anni dopo. Alle 18 Benedizioni ne aggiungono una, la dodicesima. Ecco il testo:

“Che per gli apostati non ci sia speranza;
sradica prontamente ai nostri giorni il regno dell’orgoglio; [NdA:forse Roma?]
e periscano in un istante i nazareni e gli eretici;
siano cancellati dal libro dei viventi
e con i giusti non siano iscritti.
Benedetto sei tu, Yahweh, che pieghi i superbi”.

Si invoca la scomunica per i “nazareni”, i seguaci di Gesù di Nazareth, perché contrari alla separazione tra circoncisi e non circoncisi.
Alle comunità giudeo-cristiane restava quindi “la stella” dei Magi… e forse “la perfetta letizia” che s. Francesco proporrà.

Un nuovo Mosè, un nuovo Esodo e un nuovo popolo
Nella nostra narrazione abbiamo anche i doni che i Magi avrebbero portato al re d’Israele. L’oro è un omaggio alla regalità del discendente di Davide, l’incenso è il riconoscimento della sua divinità, ed infine il dono sorprendente della mirra, per la sofferenza che dovrà subire. Di fronte a questa pagina che esprime già il riconoscimento dei popoli venuti da lontano al figlio di Maria, Messia davidico, non è il caso di porre troppe domande curiose sull’identità storica dei Magi e sulla stella che li avrebbe accompagnati a Betlemme.

A questo punto dobbiamo almeno fare un cenno a quanto segue al racconto dei Magi nel capitolo 2 di Matteo. Erode, invece di andare a Betlemme per adorare il re dei Giudei, ordina di uccidere tutti i neonati del territorio. Giuseppe deve fuggire con la famiglia in Egitto da dove tornerà dopo la morte di Erode per stabilirsi in Galilea, a Nazareth. Per Matteo, sempre nello stile della haggadàh, Gesù è il nuovo Mosè, il “profeta” chiamato e rifiutato, infatti, il suo racconto richiama esplicitamente vari brani che leggiamo nell’Esodo. Sì, è iniziato un nuovo Esodo. E quindi, un nuovo popolo.

Ma prima di avviarci verso la conclusione credo che sia utile una riflessione sulla “Epifania”.

Una manifestazione insufficiente?
La domenica successiva alla celebrazione dell’Epifania, nelle nostre chiese, si celebra il battesimo di Gesù al Giordano, fortemente sottolineato da Matteo al cap. 3. Il Battista accoglie Gesù e lo battezza sebbene non fosse un ‘peccatore’ come gli altri battezzati, considerati “razza di vipere” (v.7), che dovranno fare i conti con “la scure posta alla radice degli alberi” (v. 10).

La scena termina con una vera e propria epifania/teofania. Si aprono i cieli, scende lo Spirito di Dio come una colomba su Gesù, “ed ecco una voce dal cielo che diceva: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (v, 17, da Isaia 42,1). Ma come mai, dopo questa ‘rivelazione’, al cap. 11, sempre il Battista, dal carcere, manda a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? (v.3).

La rivelazione del Giordano non era stata sufficiente perché il Battista attendeva e proclamava un Messia del tutto diverso da quello che Gesù è stato con la sua gente in Galilea? Forse la domanda è legittima. Si direbbe che le epifanie/teofanie non sono decisive e convincenti una volta per tutte. In queste ‘manifestazioni’ troviamo allora il kerigma delle comunità giudeo-cristiane. In quel Gesù di Nazareth abbiamo veramente il Messia che la Scrittura aveva preannunciato e con la fede entriamo nella novità che lui ha manifestato.

Come abbiamo visto spero sia chiaro che la nostra haggadah non è certo una ‘leggenda’.

Contemplare nell’orizzonte dell’universalità
Possiamo concludere con due considerazioni.

La prima è la dimensione contemplativa. A Betlemme i Magi non hanno trovato una splendida reggia, ma un bambino con la madre. Non c’è alcuna manifestazione di potenza e di gloria. Non c’è una cornice spettacolare e trionfalistica. Anzi, si preannuncia il rifiuto. Contempliamo in silenzio questo “Emmanuele”. “Dio è con noi”, è veramente con noi, scegliendo una strada che non avremmo mai immaginato.

Infatti, quel bambino, quando sarà crocifisso, non concederà lo spettacolo di scendere dalla croce per essere convincente. Perché? Perché l’unico ‘spettacolo’ che non possiamo mai dimenticare è quello delle vittime sacrificate e rifiutate dalla crudeltà del potere umano. Contempliamo, senza stancarci, sempre aperti alla ricerca di questo Messia, con la stessa intensità e perseveranza dei Magi. Betlemme è forse la città del silenzio. Del nuovo esodo con una stella che ci guiderà per sempre.

La seconda dimensione è quella ecclesiale. Siamo una comunità convocata per essere aperta a tutti i popoli. Il nostro orizzonte è l’universalità. E’ proprio la nostra vocazione. Perché? Perché non siamo la comunità degli eletti ma dei chiamati. Rappresentiamo una situazione nuova che può fecondare la storia universale. Rinunciando ad ogni forma di supremazia.

E tutti i popoli e tutte le culture possono entrare nel mistero di quel bambino che è stato crocifisso. Tutti sono chiamati ad essere suoi discepoli. L’appartenenza etnico-religiosa è finita per sempre. Se questo è vero, allora dovremo stare molto attenti, per far sì che ogni popolo sia realmente in  grado di portare al Messia i suoi doni specifici. Questi ‘doni’ saranno una ricchezza per tutti. E potrebbero essere ‘profetici’, come quelli dei nostri Magi.

Giuseppe Florio
Teologo biblista. Dopo gli studi di filosofia e teologia presso l’Università di Friburgo (Svizzera), ha conseguito il dottorato in teologia biblica alla Gregoriana di Roma. Si è formato alla spiritualità di Charles de Foucauld.

[pubblicato il 2 gennaio 2023]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: “avvenire.it”]

2 Commenti su “EPIFANIA DI UN MESSIA
ADORATO E RIFIUTATO”

  1. Bello leggere un’analisi del testo così ampia e ricca di riferimenti biblici: fa gustare la Parola e permette di assimilarla anche col cuore. Profonda l’intuizione di porre la Stella e la Perfetta letizia di san Francesco in sintonia, diventano icona da contemplare. Importante l’immagine di Doni portati dai popoli… l’avverto come un desiderio immenso di Pace vera fra gli umani. Il Regno presente.

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