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FARE POLITICA COME UOMINI E DONNE DI BUONA VOLONTA’

Giancarla Codrignani

I “Viandanti” sono dei credenti che si sentono laici e vorrebbero ragionare sulla missione della loro Chiesa in un mondo proiettato verso un futuro ancora sconosciuto e, forse, minaccioso. Si sentono un po’ infastiditi quando si trovano davanti vecchie ipotesi di utilizzo politico dei cattolici.
Il forum di Todi e la presenza nel governo Monti di persone altamente qualificate, in parte di notoria appartenenza confessionale, hanno prodotto un perdurante interesse dei media e il sospetto che l’Italia sia alla vigilia di una riconfessionalizzazione democristiana della politica. Tuttavia, se anche la Chiesa si impegna in prima persona per il bene della società civile, proprio perché responsabilmente cristiani, siamo pronti a contribuire al recupero in dignità e bellezza della parola “politica”.

Ripresa del collateralismo?
Una prima osservazione parte dalla palese constatazione che i cattolici non parlano con una voce sola: l’essere “sale della terra” per qualcuno non è complementare al creare “la città collocata sopra un monte”. Vale a dire: dai “cristiani adulti” ai “teocon” le differenze non mancano. L’attuale governo è certamente politico, ma non è direttamente partitico e l’essere “tecnico” lo fa supporre autonomo; tuttavia, anche in conseguenza del poco avveduto sostegno dato alla destra berlusconiana dal Vaticano, il cattolico che abbia preso posizione, per esempio, per il Partito Democratico non torna indietro.
Tuttavia, le sollecitazioni di Bagnasco e Crociata prima dell’incontro di Todi hanno segnato la fine dell’appoggio non disinteressato al governo Berlusconi oppure la ripresa della delega a laici qualificati del tradizionale collateralismo? Auspicando “un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica”, la Cei probabilmente non intendeva riferirsi ad una “forma partito”, bensì orientare una società secolarizzata, e, da un lato sconfortata e passiva, dall’altro “indignata”, a ritrovare nella Chiesa un sostegno morale e una più aggiornata autorità per fedeli sempre più dimentichi della dottrina.

Una cristianità politicamente plurale
Ha prodotto meno rumore, ma, sempre in novembre, alla Domus Pacis si è autoconvocata l’Assemblea dei Cattolici Democratici (è intervenuto, tra l’altro, anche il ministro Andrea Riccardi). Il documento che ne è uscito, ricordate le “inedite opportunità” del nostro difficile tempo per chi faccia riferimento valoriale “alla Costituzione, al Concilio, alla nuova cittadinanza democratica”, indica alcune “idee-forza”, che si concretizzano, oltre che nella “difesa tenace della democrazia, …in un modello di società aperta, inclusiva e partecipata, nella visione conciliare della Chiesa come popolo di Dio pellegrinante nella storia, nella rinnovata opzione per i valori della laicità e dell’autonomia laicale nelle scelte politiche”.
Se fosse per caso in atto un’operazione ecclesiastica di restaurazione preconciliare politicamente favorevole a nuovi indirizzi di un centro-destra, sensibile più ai valori non negoziabili che alla perdita di diritti dei più svantaggiati, il Vaticano non dovrebbe illudersi: l’antica “cristianità” si è fatta plurale e i cattolici, disseminati nelle varie forze politiche, non sono più recuperabili all’ubbidienza. Non sono i tempi del Patto Gentiloni e probabilmente neppure l’Ulivo di Prodi – che non era piaciuto alla Cei – sarebbe ripetibile.

Recuperare la dignità della politica
All’udienza del Pontificio Consiglio per i Laici, Benedetto XVI ha riconosciuto che “ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica e nell’economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede”.
Questo è il proprio della Chiesa: infatti, il mondo ha molto parlato – e continua a parlare – di Cristo, ma non è assolutamente cristiano. Altrimenti avrebbe ragione Raniero La Valle a ricordare che, se il Vangelo risultasse unificante, la presenza cristiana in politica “sarebbe una festa per gli otto milioni e mezzo di poveri che secondo l’Istat ci sono in Italia”. E i governanti negozierebbero sugli interessi del mercato senza regole per vincere il mammona che abita ancora la storia.
Per recuperare con giuste misure la dignità della cosa bella che è la politica (non dimentichiamo che sono le istituzioni e la stessa Costituzione a correr pericolo nel populismo dilagante), meglio rifarsi alla coscienza responsabile dei figli di Dio che cercano di riconoscersi nella sua parola. Anche se, con quella che – secondo don Milani – è “l’aggravante della buona fede”, ci sono i fondamentalisti sostenitori della conservazione, perfino irrispettosa dell’uguaglianza, della legalità e perfino dell’etica, potenzialmente sono molti di più quelli che fanno e fanno rispettare le leggi perché non valgono soltanto per loro e testimoniano i valori e i diritti umani senza ritenersi relativisti solo perché politicamente non dogmatici: è la polis che vive di convivenze democratiche.

Non riaprire “la questione cattolica”
Questi cattolici faranno politica in quanto donne e uomini di buona volontà, senza condizionare la loro offerta alla presunzione di essere “in missione” per conto di Dio. Tanto più che riconoscere la libertà religiosa altrui, ospitare lo straniero, accettare la presenza parimenti autorevole delle donne, accompagnare – come fanno le chiese cristiane (cattolica in testa) in Germania – l’inizio e il fine vita al rispetto dell’umanità, accogliere chi sia stato colpevolizzato per una diversità uguale nei diritti, sono riconoscimenti assolutamente compatibili con le scelte del maestro che ha prosciolto l’adultera, privilegiato il samaritano e, soprattutto (per il significato teologico), “la” samaritana.
La stessa pericolosa situazione economica internazionale richiede cautele nel farsi portatori di proposte veritative e l’evidente epoché della storia contemporanea comporta esigenze di nuove competenze, strategie che tengano conto dei mutamenti sociali e dei nuovi saperi e verifichino l’impatto delle riforme sulla nuda vita del mondo. Non conviene assolutamente riaprire “la questione cattolica”: la Chiesa, che non può chiamarsi fuori dal contagio della crisi e che darebbe un grande esempio proprio nell’essere-Chiesa e nel fare qualche passo indietro di fronte alle interferenze di potere, ne riceverebbe solo impoverimento.

Giancarla Codrignani
Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti

3 Commenti su “FARE POLITICA COME UOMINI E DONNE DI BUONA VOLONTA’”

  1. Mi piace Giancarla Codrignani e la rispetto profondamente, anche se non ho fede religiosa come lei. E’ possibile condividere questa pagina su facebook? grazie

  2. Ho a pena terminato di leggere l’articolo di p. Costa pubblicato, su “aggiornamenti sociali! rigiardante la presenza dei cattolici nel dopoberlusconi.
    Posso dire che sono d’accordo con un solo punto del pezzo: smettiamola di parlare di Berlusconi.
    Per il resto tutto é vecchio, deja vu, ripetitivo.
    Su tre parole desidero appuntare la mia attenzione: identità, cattolico, mediare.
    Riguardo alla prima vorrei ricordare che la politica della destra é stata impastata con il veleno dell’identià e del localismo in modo tale che qualunque persona di buona volontà dovrebbe usare tale termine con grande prudenza o adirittura con sospetto.
    L’identità é, infatti, una brutta bestia che comporta disconoscimento dell’identità altrui, fine del dialogo e presunzione di essere gli unici depositari della Verità: tutto ciò é da sempre la linfa dell’intolleranza.
    Non mi pare, quindi, un buon inizio per il dopo B.
    Per quanto riguarda il termine cattolico mi permetto di ricordare che esso significa universale: ma l’universalismo di cui parla la curia romana é di stampo medievale, una reductio ad unum, per paura di quel pluralismo e di quella complementarietà che qualcuno… si ostina a chiamare relativismo.
    Oramai il termine cattolico é stato corrotto dalla curia romana poiché – solo a limitarsi alla storia del XX secolo, tale curia é sempre stata dalla parte dei totalitarismi di destra giacché questi la usavano machiavellicamente come instrumentum regni per tenere a bada il popolo bue: la curia romana ha dato il suo appoggio ai Franco, ai Mussolini, ai Pinochet, ai Bush; insomma a tutti coloro che hanno creato iniquità, sperequazioni economiche intollerabili, moltiplicando in una parola quegli oppressi dalla cui parte si é sempre collocato Cristo.
    Durante questi ultimi 20 anni, per quel che riguarda l’Italia, la curia romana si é compromessa con l’attuale governo perdonandogli tutto fino a creare una morale sessuale a doppio binario: non intendo sporcarmi la bocca elencando gli scandali e persino le barzellette che essa é arrivata a giustificare.
    Nel contempo la stessa Curia pretendeva e pretende non solo di opprimerci in vita, ma anche in morte battendosi contro le libertà di scelta sul fine vita, giungendo a rinnegare i documenti pontifici, sull’argomento, degli ultimi 60 anni.
    Per fare questo ha cambiato il significato alle parole e quello che una volta era chiamato accanimento terapeutico lo chiama eutanasia.
    Essa stessa é un potere economico di una tale vastità e penetazione da presentarsi come una delle tante facce del liberismo selvaggio.
    Riassumendo: identità, prevaricazione, liberismo sono le medesime tabe scaturite dal berlusconismo.
    Come può, di conseguenza, una simile curia pretendere di rientrare in una politica con le mani monde?
    Non sarebbe tempo di esercizi spirituali per purificare se stessa?
    In fine ancora più subdolo suona il termine mediare: mediare per quella curia romana, con le fattezze con cui l’ho descritta di sopra in base a accadimenti “storici”, vuol dire spegnere ogni slancio innovativo: azione in cui si sta particolarmente distinguendo l’attuale pontefice nei confronti del concilio Vaticano II.
    Le forme di associazionismo che p. Costa cita sono tutte degne aggregazioni, ma di vecchio stampo in cui non c’è alcun alito di rinnovamento e di messa in discussione del modo di produrre e del perché produrre e dello stare al mondo inteso come schiavitù.
    P. Costa si é guardato bene di fare riferimento a gruppi di laici credenti che rivendicano sia una maggiore sinodalità nell’ambito delle strutture, sia un cammino adulto. Ma sa benissimo che questi gruppi sono numerosi e assai operativi.
    Insomma un pezzo degno delle parole del Gattopardo: “tutto deve cambiare affinché niente cambi”.
    E se provassimo ad essere “soltanto” uomini di buona volontà, senza ulteriori etichette per “pregare e fare ciò che é giusto tra gli uomini”?
    Cettina Centonze
    San donà di Piave

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