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FRA TEOLOGIA DELLA DONNA E GUERRA AL GENDER

Rita Torti

Sull’onda delle parole di Papa Francesco, che ne ha accennato in varie occasioni sia informali che ufficiali, è tornato alla ribalta il tema delle donne nella chiesa, e negli ultimi mesi abbiamo potuto leggere diversi articoli di commento, di rilancio, in qualche modo di risposta alle sollecitazioni del pontefice [1].
Bisogna allargare gli spazi, dice Francesco, «per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa». Voci di diversa collocazione ecclesiale concordano; anzi, rincarano la dose portando esempi eclatanti e ricordando come questa marginalità o totale assenza, che si riscontra soprattutto nei luoghi in cui si prendono le decisioni, sia ingiustificabile e abbia effetti negativi sulla “tenuta” della capacità di evangelizzazione e testimonianza della Chiesa nel mondo.
Convenuto su questo, come si va avanti? E partendo da quali presupposti? Perché è evidente che a seconda di ciò che si pensa siano il maschile e il femminile cambiano il quadro e la qualità della futuribile autorevolezza delle donne nella Chiesa.

Parlare della donna o ascoltare le donne?
Francesco auspica una “teologia della donna”, e arriva pronta la risposta, anzi ne arrivano due. Evitiamo – dicono diverse dirette interessate – una teologia “speciale”, di cui abbiamo già fatto esperienza e che, spesso con l’appoggio di una mariologia ricalcata su proiezioni maschili riguardo al femminile, si risolve in una modellizzazione astorica e ghettizzante che appiattisce la nostra esistenza su ruoli e funzioni e non ne rispetta la multiformità (a questo proposito, aggiungiamo, si può ricordare la battaglia delle uditrici al Vaticano II, sempre fermamente contrarie a ogni tentativo di indicare “specifici” femminili magari ammantati di sperticate lodi).

Piuttosto – è la seconda linea di risposta – proviamo (provate) a prendere sul serio la teologia fatta dalle donne, quella prodotta da studiose di ogni parte del mondo, ormai da decenni; quella che ha lavorato con nuovi paradigmi in dialogo con lo sviluppo delle epistemologie di altri campi del sapere, e ha svelato inganni, aperto prospettive, percorso vie a partire da sé per il bene di tutte e tutti. Ma è proprio questa teologia delle donne – femminista nel senso più nobile del termine – che viene ignorata dalla cultura “ufficiale” delle facoltà teologiche, non è invitata ai convegni, non si studia nei seminari e tanto meno passa nella predicazione e nella catechesi.
Il Papa teme la perdita di femminilità nell’adeguamento a modelli maschili? In realtà, nota qualcuna, questo non è un futuro da paventare, ma un presente da smantellare: quello, appunto, che lasciando nell’ombra il patrimonio di esperienze, attività, pratiche ed elaborazioni di pensiero delle donne cristiane, costringe tutti e tutte a seguire un’unica via, presentata come eterna, neutra e universale ma che in realtà non la è.

Il maschile invisibile
Il vero punto critico, probabilmente, è quindi proprio quello del soggetto maschile. Come in un caso da manuale delle realtà portate allo scoperto da quei men’s studies che la cultura cattolica di solito fa mostra di non conoscere, si tratta di un soggetto che resta invisibile perché onnipresente. Quindi non mette a tema, né si mette in discussione.
Francesco dice che le donne hanno poco spazio, soffre quando vede che nella Chiesa il servizio – che è di maschi e femmine – nel caso delle donne “scivola verso un ruolo di servidumbre. Ma da chi provengano, a chi si debbano attribuire la marginalizzazione e il non riconoscimento della pari dignità e autorevolezza non viene detto. Non è mai detto che siano stati e siano gli uomini di Chiesa, in primo luogo gli ordinati, ad aver operato queste scelte e voluto questa gerarchia tra persone battezzate in base al sesso. Certo può essere difficile accettare di ripercorrere la costruzione del proprio genere, soprattutto quando mostra aspetti tanto sgradevoli; ma è evidente che nessuna stortura nei rapporti si può sanare, nessun male piccolo o grande si può scardinare, se non si va a vedere il chi, il come, il quando, il perché.

Le antropologie asimmetriche
Se non si mette in moto questa ricerca sul maschile – anche il maschile cristiano e nel nostro caso cattolico – si rischia di continuare a dipingere le donne come povere vittime di un impersonale destino, e si perpetua il meccanismo per cui ad avere riconoscimento e potere surrettizio sono solo le donne che si adeguano al pensiero maschile, e ne producono uno ricalcato su di esso. Invece, ciò che veramente ci servirebbe è provare a capire come siamo arrivati a costruire e alimentare antropologie asimmetriche, esclusioni teologiche, asservimenti pratici pur avendo l’esempio di un Maestro-Messia che non faceva distinzioni, e anche nonostante la testimonianza delle comunità delle origini,  dove si faticava per il vangelo senza incasellamenti in ruoli di genere, e  le donne erano così “normalmente” importanti che ce ne sono stati tramandati i nomi.

In mancanza di un’interrogazione a questo livello, poco vale evocare la maggiore importanza della madre di Gesù rispetto agli apostoli: sia perché il patriarcato ha coltivato contemporaneamente, senza apparenti sussulti di coscienza e sospetti di contraddizione, l’amore e la devozione a Maria da una parte e le pratiche discriminatorie e violente nei confronti delle donne dall’altra; sia perché molto spesso le donne non si identificano con Maria, perlomeno non nel senso che l’antropologia teologica ripresa da Francesco (e pensata da uomini) lascia intendere.

Qualche dimenticanza
La consapevolezza della storicità e contestualità culturale dei modi di essere e pensarsi maschi e femmine e delle relazioni tra i sessi è però merce rara nei settori più ufficiali della Chiesa. Mentre le famiglie si trovano a subire senza sapere, o a contrastare con poco potere, una valanga di messaggi sociali tutt’altro che equilibrati, paritari e dignitosi rispetto al maschile e al femminile; mentre le giovani donne si scontrano con modelli di famiglia (e sovente aspettative maschili) che niente hanno a che fare con i loro desideri, le loro competenze e la voglia di metterle a frutto, e alcuni giovani uomini aspirano a una maschilità non legata al potere, per la quale non hanno modelli; mentre persiste il ricatto “se fai un figlio perdi il lavoro”, e mentre i dati sulla violenza maschile alle donne “perché donne” sono un bollettino di guerra…

Mentre accade questo e altro, diversi documenti e le realtà più accreditate come “cattoliche” sembrano auspicare piuttosto che le donne “possano non lavorare” per curare la famiglia e agognano al “ritorno del padre” non perché condivida veramente la cura della casa, della prole e degli anziani, ma perché porti normatività, senso del sacrificio, capacità di futuro e di trascendenza in un mondo dipinto come femminilizzato e in quanto tale decaduto e destinato all’implosione. Considerano con sufficienza e smemoratezza storica le aborrite “rivendicazioni” delle donne, se parlano della violenza di genere lo fanno senza chiamare in causa gli autori e mettendo rigorosamente in ombra la realtà della violenza domestica.

Il “genere” fa bene alla Chiesa
E al di sopra di tutto pongono la lotta a quello che sembra essere il nuovo nemico numero uno: la cosiddetta “ideologia del gender”, non raramente divulgata con approssimazione e qualche palese e forse non innocente ingenuità. Il modo in cui viene condotta questa battaglia, con il martellante e inarticolato richiamo alla “natura”, rischia di far dimenticare che – come si impara facilmente dalla storia – la differenza dei sessi è sì imprescindibile e originaria, ma non determina a priori caratteristiche psicologiche, spirituali e caratteriali; e che ruoli e funzioni sono originati da interpretazioni socioculturali del dato fisico che hanno stretti legami con l’ambito del potere e la dimensione religiosa.

Si tratta di una “dimenticanza” che rischia di ritorcersi proprio contro gli auspici di rinnovamento di Francesco in questo ambito: perché per liberarci dagli squilibri che lui, con altre e altri, denuncia, è necessaria una riformulazione del senso del maschile e del femminile, sono necessari uomini e donne diversi dal passato: occorre, in una parola, che maturi una nuova costruzione di genere. Se quello che abbiamo vissuto finora fosse “natura”, sarebbe veramente inutile e stupido perdere tempo a sognare una Chiesa diversa.

Rita Torti
Laureata in Storia contemporanea, da diversi anni si occupa di studi di genere.
E’ autrice del libro Mamma, perché Dio è maschio?, Effatà, Cantalupa (TO) 2013.

Nota ————————–
[1] Vale la pena di leggere direttamente, per cogliere assonanze e dissonanze e soprattutto avere un’idea della pluralità dei livelli coinvolti da questo argomento, almeno gli interventi di Nicoletta Dentico, Le donne nella chiesa da Martini a papa Francesco (Rocca 15/10/2013); Lilia Sebastiani, Due papi e “la” donna (Rocca 1/11/2013); Mariapia Veladiano, Le donne di Papa Francesco (Repubblica 4/4/2013); Katie Grimes Anche gli uomini recitano il rosario (Adista 28/9/2013); Ivone Gebara, Papa Francesco e la teologia delle donne: alcune preoccupazioni (www.teologhe.org, 4/8/2013); Cristiana Dobner, Ma noi donne annunziamo Gesù Cristo Risorto (Agenzia Sir 31/7/2013); Stefania Falasca, Con Francesco le donne muoveranno la Chiesa (Avvenire 7/12/2013); Paola Bignardi, L’impronta materna ( Avvenire 14/10/2013); Lucetta Scaraffia, La svolta della donna cardinale (Il Messaggero 24/9/2013); Pierangelo Sequeri, La sapienza delle donne (Avvenire 31/7/2013) e, con altra impostazione e forse più problematici accenti: Pierangelo Sequeri, Snodo epocale (Osservatore Romano, Inserto “donne chiesa mondo”, gennaio 2014, n. 19).
Tutti questi testi sono reperibili in Rete, la maggior parte grazie alla sempre attenta e preziosa rassegna di “Finesettimana”.

6 Commenti su “FRA TEOLOGIA DELLA DONNA E GUERRA AL GENDER”

  1. D’accordo con l’analisi di Rita Torti, condivido tutto. Aggiungo: se tutta la parte femminile della società avvertendo pienamente le ragioni di queste regole di comportamento (vi assicuro che non occorre essere laureate per avvertirle!), cominciasse a cercare di aggiustare la propria vita in base a questi nuovi criteri di interpretazione del proprio ruolo, forse si potrebbe sperare in un cambiamento in tutti i luoghi umani di convivenza. Nella Chiesa (è inutile parlare addirittura di teologia della donna, quando troppe donne, escluse certo le teologhe, credono che essere donne nella Chiesa significhi solo servizio!), nella famiglia (dove troppe donne ancora pensano che se il marito le aiuta a mettere i piatti nella lavastoviglia ha già fatto troppo, non pensando neppure che compartecipazione significa un’altra cosa), nel lavoro (se le regole di molte occupazioni femminili comportano una fatica doppia o tripla), nel “sentirsi donne” di molte giovani e non che consiste quasi solo nell’apparire come stereotipi di “donna : truccatissima, sessualmente attraente,con qualche cosa di rifatto, ecc. E si potrebbero aggiungere molti altri esempi.
    Lavorare per una vera emancipazione femminile in tutti i campi, nel limitato ambito familiare o in quello dell’associazionismo, mi sembra l’unica strada da seguire. Penso che le nostre Istituzioni religiose non possono cambiare il loro atteggiamento e le loro regole nonostante tutte le sollecitazione di Papa Francesco o dei gruppi femminili se prima non avverrà questo difficile cambiamento nella stessa coscienza e nella vita delle donne. E intanto cerchiamo tutti di promuoverlo come possiamo!

  2. Grazie per l’interessante analisi e riflessione. Noi donne credenti in Gesù siamo comunque felci perché tutto quel che egli ha dato a questa umanità è dato anche a noi, ci appartiene. Siamo lì, come pezzi di pane sul tavolo. Quando i pani interi saranno finiti e si avrà ancora fame, si troverà che anche i pezzi possono servire. Intanto nessuno ci può impedire di essere, di pensare, di parlare e di agire in questo mondo per celebrare quell’eucarestia quotidiana che è la trasformazione del mondo in forza dello Spirito, come scrive Paolo ai Romani. Teresina Caffi

  3. Non si va da nessuna parte senza il superamento della discriminante sessista riguardo al ministero (che deve essere servizio alla comunità-chiesa, non potere su di essa). Il disconoscimento della teologia femminista e della liberazione – come viene rilevato – nelle strutture pensanti dell’istituzione, come le facoltà teologiche, e della pastorale come nella catechesi, è un dato di fatto pesante. Le aperture timide di papa Francesco non cambiano la sostanza delle cose. Sarebbe davvero bello e importante arrivare a una ricerca teologica e ad un’ermeneutica della vita cristiana che superi il dualismo di genere, rispettandone, tuttavia la differenza, che è ricchezza; ma, questo oggi non è ancora possibile per il permanere dell’autoritarismo maschile. Sono, inoltre, molto d’accordo, a proposito di papa Francesco, con quanto affermato da Ivone Gebara nell’articolo sopracitato: “Temo che molti fedeli e pastori che hanno bisogno della figura del papa buono, del padre spirituale, del papa che ama tutti, si arrendano alla figura amichevole e amorevole di Francesco e rafforzino così un nuovo clericalismo maschile e una nuova forma di adulazione del papato. Papa Ratzinger ci ha portato a una critica del clericalismo e dell’istituzione del papato attraverso le sue posizioni rigide. Ma ora, con Francesco, sembra che i nostri fantasmi del passato ritornino, ora addolciti con la semplice e forte figura di un papa capace di rinunciare al lusso dei palazzi e dei privilegi connessi. Un papa che sembra introdurre un nuovo volto pubblico per l’istituzione che ha fatto la storia, e non sempre una bella storia in passato. Il momento richiede prudenza e vigilanza critica, non per non riconoscere il papa, ma per aiutarlo a essere sempre di più con noi, la Chiesa, una Chiesa plurale e rispettosa dei suoi tanti volti”.

  4. teologia della donna, sì, ma non senza una donnologia della teocrazia, tenendo sempre d’occhio che esistono dei sessi intermediari che potrebbero obiettare che teologia della donna e teologia dell’uomo assomigliano troppo al dualismo centro-destra/centro-sinistra in un momento in cui la democrazia respinge il bipartitismo per tentare di salvare una faccia ridotta a teschio e denti.
    Quanto alla “mariologia”, lasciamo alla Campania ciò che è dei napoletani e non se ne parli più.
    Conclusione: ad ognuno la propria camorra, il proprio ovile, il proprio beato onanismo teologico…alla faccia del Samaritano. Diceva una mia vecchia zia veneta: “el g’ha bon tempo…!”.
    Ma poi state attenti, sapete: c’è donna e donna, ne ho conosciuto più di una con barba e baffi, e più di un uomo (sacerdoti compresi) dall’incedere femminile e amante di pargoli (v. l’emissione “le iene” di ieri sera).
    Cara laureata Rita, Dio non è maschio, è di genere maschile nei dizionari nostri, punto…il campo dell’anatomia rileva della scienza medica.
    Prossimo argomento: il sesso degli angeli…sì, aveva proprio ragione mia zia: “gh’avio bon tempo!”…per fortuna qualcuno pensa ancora a fare il pane, aggiustare i rubinetti e…aiutare fattivamente il “prossimo” (non quello lontano, no, il vicino di casa…), già lo fate??…come no!…nei ritagli di tempo, eh?
    Cordiali assessuati saluti. JM

  5. Sono laica,nel senso di non consacrata,vecchia per età,sposata,mamma e nonna: ho vissuto gli entusiasmi e le delusioni del Concilio, sono sdegnata anche da una catechesi in parte superata. Sono ospite temporaneamente di un istituto di Suore:ho scelto e ottenuto di stare in infermeria con le più anziane, ma divido i pasti con le poche sane, partecipo, almeno in parte alle funzioni.
    Ho modo, proprio perchè non suora e di passaggio di ascoltare sopratutto i problemi del personale che assistono le reverende allettate notte e giorno.
    Per la conoscenza che ho dei conventi femminili, sono del parere che, malgrado forse le difficoltà, potrebbero essere maturi i tempi per monasteri misti:cito,ad esempio Bose;
    allora si potrebbe parlare meglio di parità di sessi e della visione di una sana sessualità casta, ma non castrante.
    Vi leggo sempre con molto interesse e vi sono grata.O.S.A.

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