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IL RISORTO ABITA LA NOTTE
INSIEME A NOI

Goffredo Boselli 

Se il santo Triduo è il centro dell’anno liturgico, la Veglia pasquale è il cuore del Triduo. Per questo, la Veglia pasquale è la più importante liturgia della Chiesa, perché in essa si celebra il mistero della vittoria di Cristo sulla morte che è la sostanza di ogni liturgia cristiana.

La Veglia pasquale è la più ampia e articolata liturgia della Chiesa, nella quale si ascolta il più esteso programma di letture bibliche, è la celebrazione più ricca di riti e simboli, la più abbondante di testi e di canti, la più intensa di segni e di gesti.

Per chi vi partecipa è la liturgia più impegnativa e a tratti probabilmente anche la più faticosa, ma dovrebbe essere la più coinvolgente per la sua bellezza, la più intensa per la profondità del suo messaggio. Chi la celebra deve essere consapevole che nella Veglia pasquale sta vivendo l’essenza del cristianesimo e, al tempo stesso, ha tra le mani la realtà più intima del messaggio cristiano, perché la risurrezione di Cristo è il cuore del Vangelo.

Vegliare nel cuore della notte
La Veglia pasquale ha inizio all’esterno della chiesa nel buio della notte. Il buio, con lo spaesamento e lo smarrimento che esso crea, è il primo elemento di forte impatto di questa celebrazione. La comunità si riunisce senza vedere i volti di chi è presente, senza riconoscersi.

L’oscurità della notte e l’assenza di luce è la situazione concreta e l’esperienza corporea che, senza bisogno di parole, diventa da sé sola il simbolo della condizione spirituale ed esistenziale nella quale giunge l’annuncio della vittoria di Cristo sulle tenebre della morte. Ma la tenebra non solo ci avvolge, quella tenebra ci abita, anzi eravamo noi prima che il Risorto ci facesse partecipare alla sua luce: “Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore” (Ef 5,8).

La Veglia pasquale è celebrata nella notte, ma la notte non è solo un elemento tipico è invece una condizione irrinunciabile: senza notte non c’è Veglia pasquale. La notte precede l’inizio della Veglia, deve già essere presente quando la comunità si riunisce, in qualche maniera per accoglierla e porla nella condizione di celebrare la Pasqua nell’interezza del suo mistero e della sua verità. La Veglia può durare quanto dura la notte, così la notte è materia stessa della Veglia pasquale.

La notte non è solo quella parte del giorno compresa tra il tramonto e l’alba, è molto più di una realtà astronomica. Nel pensiero umano di cui la filosofia, l’arte, la letteratura e la poesia sono tra le più alte e nobili espressioni, la notte è la metafora dello stato di chi vive nell’oscurità, nell’ignoranza, nell’errore, nella decadenza, nella barbarie. È oscuramento della coscienza e della conoscenza nella notte dell’ignoto, del nulla, dell’oblio. La liturgia fa suoi integralmente questi significati della notte, che del resto attraversano anche la Bibbia da un capo all’altro. Da metafora la liturgia fa della notte un simbolo, cioè una realtà che esprime e al tempo stesso comunica il mistero pasquale.

Questa grande notte ci fa fratelli e sorelle
“O notte beata”, è il grande canto che risuona all’inizio della Veglia pasquale. Da sempre i cristiani celebrano la Pasqua nella notte, perché Cristo è risorto da morte non al tramonto di “quel giorno solenne di sabato” (Gv 19,31), non all’aurora del primo giorno della settimana e neppure nell’ora meridiana quando la luce è al suo apice. È invece nella notte che si è alzato dal buio della tomba. È nella notte che la vita ha trionfato sulla morte come luce che sconfigge le tenebre, come bagliore che illumina l’oscurità. Il Risorto non sopprime la notte ma fa di essa il tempo e l’ora in cui la sua vita risorge e in essa ogni vita può tornare a vivere.

La Pasqua non toglie nessuna delle notti che l’umanità nei suoi millenni di storia ha attraversato e neppure le notti che ogni essere umano può conoscere. La notte della guerra: quanto il buio acceca le menti dei governanti e “la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (Is 60,2). La notte della violenza insensata e del male gratuito, dell’ingiustizia orribile, del dolore innocente e della sofferenza che toglie il respiro.

La notte dell’amore tradito, la notte dell’abbandono e della solitudine. La notte della depressione e della disperazione, quell’oscurità che ben consoce chi non ha più nulla e nessuno in cui sperare, offuscamento dello spirito che molte volte conduce alla notte più buia di chi si toglie la vita. Ma soprattutto la notte della morte che rimane, anche dopo l’alba di Pasqua, la radicale ingiustizia, l’estremo non senso della vita.

Noi cristiani celebriamo la risurrezione di Cristo nel cuore della notte perché il Cristo risorto non l’ha eliminata e tantomeno ce l’ha risparmiata. Il Risorto abita la notte insieme a noi, la condivide con noi, avendo lui stesso conosciuto le tenebre più oscure del tradimento dell’amico, dell’abbandono dei discepoli e del silenzio del Padre: “Elì, Elì, lemà sabactàni … Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Questa grande notte ci accumuna, ci fa fratelli e sorelle, contemporanei degli uomini e delle donne di ogni tempo e di ogni luogo.

La notte pasquale porta in sé ogni notte di salvezza
“O notte beata”, ripete più volte il cantore nell’Exultet, il Preconio, il canto del messaggero che annuncia la vittoria pasquale. Un testo che risale al IV secolo – composto nella pianura padana e che per questo la tradizione attribuisce ad Ambrogio di Milano – che da allora non ha mai cessato di risuonare nelle veglie pasquali delle Chiese d’Occidente sebbene con varianti e in redazioni diverse. Questo vero e proprio canto della notte ripete più volte “Haec nox est”, “Questa è la notte”, ricordando che la notte della Veglia di Pasqua porta in sé ogni notte di salvezza:

Questa è la notte in cui hai liberato i figli di Israele dalla schiavitù d’Egitto. .

Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre del peccato con lo splendore della colonna di fuoco …

Questa è la notte che salva su tutta la terra i credenti nel Cristo …

Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro …

Il Preconio è meno laus cerei di quanto sia laus noctis, lode della notte della risurrezione di Cristo che chiama “notte beata”, “notte veramente gloriosa”, “notte di grazia”. A lei il cantore, a nome di tutta l’assemblea dei credenti, si rivolge direttamente con un “tu”, come a una persona anch’essa presente in quel luogo e in quel momento: “O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagl’inferi”. Nessuno ha visto Cristo risorgere e per questo il testo si guarda bene dal dire che la notte lo ha visto, ma afferma che quella notte è la sola a conoscere tempus et horam. In un certo senso, la notte della risurrezione è la prima ad aver celebrato il Risorto.

L’esperienza di un buio illuminato
La notte di Pasqua è attraversata dalla polarità tenebra e luce, metafora della polarità umana fondamentale di morte e vita. Opposti radicali che la liturgia pasquale non cerca in alcun modo di negare o di smussare ma che mantiene tra loro in costante tensione, attraverso veri e propri ossimori com’è il cantare la notte luminosa.

La notte è fonte di luce ed è esperienza di un buio illuminato, così come la morte è vinta dal Risorto ma l’essere umano continua a morire credendo nella vita più forte della morte. È al cuore del mistero della morte che Cristo è continuamente in atto di risurrezione, così che la morte al cuore stesso della gloria dà la misura della profondità del mistero pasquale.

Questi sono i riflessi del paradosso della fede pasquale. Solo chi vive muore e sono esseri mortali quegli uomini e quelle donne che credono che la morte è stata vinta. Se è vero, come canta il tropario pasquale ortodosso, che Gesù “con la morte calpesta la morte”, è altrettanto vero che è stata tutta la sua vita e non solo il suo modo di vivere ad aver sconfitto la morte. Da come ha vissuto la sua vita mortale Gesù ha aperto all’umanità la via ad una morte vitale.

Goffredo Boselli
Monaco e liturgista. Teologo (dottorato a l’Institut Catholique di Parigi) con Master in Storia delle religioni e antropologia religiosa (Sorbona – Parigi IV).

[Pubblicato il 31.3.2023]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sit0: parrocchia dialbosaggia.it]

Articoli e pagine correlate presenti nel sito:
Goffredo Boselli, La porta d’ingresso alla Pasqua del Signore
Francesco, Nella nostra conversione anche il creato può fare Pasqua
Angelo Casati, Recitare o essere? Pensieri tra quaresima e Pasqua

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