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“MATRIMONIO PER TUTTI”
LA VIA SVIZZERA

Alberto Bondolfi

 Il 26 settembre 2021 il popolo svizzero ha accettato in votazione popolare una modifica del codice civile che rende legale il matrimonio per coppie dello stesso sesso. Il 64,1 % dei votanti si è espresso a favore di questo cambiamento, a seguito di un referendum lanciato da varie associazioni conservatrici che volevano far annullare una decisione già presa da parte delle due camere del parlamento elvetico.

L’avvio di un lungo percorso
La nuova versione del codice civile statuisce il principio dell’accesso di coppie del medesimo sesso all’istituto matrimoniale e prevede la possibilità per le coppie lesbiche di poter accedere al dono di sperma ed essere riconosciute, se l’inseminazione ha avuto successo, come madri. Questa regolamentazione è entrata in vigore a luglio di quest’anno.

Prima ancora di commentare questa decisione politica nei suoi risvolti etico-sociali e nella sua rilevanza anche per le persone che si richiamano e si identificano con le varie chiese cristiane mi sembra importante sottolineare il fatto che questo voto popolare ha reso possibile e legale solo il principio di fondo dell’apertura del matrimonio a coppie del medesimo sesso e della possibilità per coppie lesbiche di accedere al dono di sperma, senza regolare molti altri aspetti concreti della vita matrimoniale sparsi in varie leggi di dettaglio.

Vari giuristi hanno sottolineato che un adattamento di dettaglio richiederà una revisione puntuale di almeno una cinquantina di leggi diverse. Tali lavori di revisione dovranno passare attraverso un dibattito parlamentare e qualora un numero sufficiente di cittadine e cittadini si opponesse a singole revisioni approvate in parlamento si dovrà passare ad un voto popolare. La battaglia iniziale è stata dunque vinta, ma potrà sempre seguire una lunga guerra di usura negli anni a venire.

A chi legge il sito di Viandanti a partire dall’Italia non interesseranno tanto questi dettagli di politica interna alla Confederazione elvetica quanto piuttosto i risvolti di questa legislazione sulla vita interna delle chiese cristiane in Svizzera. Questo paese, come la Germania vicina, è storicamente caratterizzato da una coesistenza secolare delle due confessioni principali, cattolica e protestante, e da sviluppi recenti che stanno cambiando il paesaggio religioso di queste società.

Accenni al retroterra storico
Cercherò di illustrare sommariamente la problematica legata a questa situazione socio-politica evocando alcune sfide teoriche e pratiche che fanno da sfondo al dibattito attorno al “matrimonio per tutti”. La recente svolta nella regolamentazione del matrimonio fa infatti seguito ad altre svolte del passato che la dottrina ufficiale cattolica ha “digerito” con forte difficoltà e resistenze. Se si vuole capire e risolvere la sfida del voto di oggi si deve poter capire e “digerire” le svolte di ieri, rimaste in gran parte ancora tollerate dalle comunità cattoliche ma non veramente assunte ed interiorizzate.

Due sono le sfide principali che la storia dell’epoca moderna, nel mondo occidentale e quindi non solo nel contesto elvetico, hanno presentato all’istituzione matrimoniale. La prima si situa nel sedicesimo secolo, agli albori della Riforma protestante, e si rifà alla riflessione teologica sia di Lutero che di Zwingli e Calvino.

I Riformatori negano al matrimonio il carattere di sacramento, ma non per questo escludono la rilevanza teologica di questa istituzione. I Riformatori del sedicesimo secolo intendono soprattutto sottrarre la gestione ed il controllo del matrimonio dalla competenza clericale del diritto canonico e dei suoi tribunali ecclesiastici. Attraverso il movimento della Riforma vengono istituiti nuovi tribunali gestiti da laici di nomina pubblica e si riprendono le regole classiche del diritto canonico, con alcuni accomodamenti (come ad esempio la gestione dei casi di divorzio). A questo momento, siamo ancora nel cinquecento, lo Stato non assume ancora in maniera diretta ed esclusiva la regolamentazione e la gestione dell’istituto matrimoniale e quindi la popolazione continua a farsi benedire le nuove unioni dal parroco locale.

La Chiesa cattolica reagì con molta durezza a questa perdita di potere sul matrimonio ed al concilio di Trento statuì con forza l’indissolubilità del matrimonio e l’esclusiva competenza e giurisdizione della Chiesa cattolica in materia. Il matrimonio inoltre, non solo per i cattolici ma per tutti i battezzati, viene sempre e comunque considerato un sacramento. Le conseguenze pratiche di questa dottrina fissata a Trento furono tragiche, durante il seicento ed il settecento, almeno per i paesi confessionalmente “misti”, come la Svizzera, in parte la Francia e per gran parti della Germania. Là dove l’assolutismo imperava, i non cattolici, protestanti ed ebrei, non potevano accedere al matrimonio poiché esercitato solo dal clero cattolico.

La sfida della legislazione civile del matrimonio
Qui si inserisce la seconda sfida che muta la gestione del matrimonio nella sfera pubblica, almeno in Europa. Con il code civil di Napoleone ad inizio ottocento lo Stato interviene direttamente sull’istituzione matrimoniale gestendola direttamente in proprio. Le chiese possono continuare a benedire le unioni matrimoniali, ma solo dopo che il matrimonio civile è stato suggellato e senza alcuna rilevanza sul piano del diritto pubblico. Solo in alcuni paesi a forte maggioranza cattolica, come ad esempio in Italia, lo strumento del concordato permette che il rito religioso cattolico possa avere ancora effetti civili.

Nei paesi in cui ha influito il codice napoleonico l’istituzione ufficiale della chiesa cattolica ha tollerato la presenza del matrimonio civile senza comunque rinunciare alla propria competenza canonica. In paesi confessionalmente misti, come la Svizzera, il compito per la chiesa cattolica si rivela maggiormente difficoltoso, ma i vescovi svizzeri, già a partire dagli anni ’50, riescono a trovare una gestione pacifica del problema. Con coraggio non solo ammettono senza introdurre dispense burocratiche il principio del matrimonio misto, ma delegano ai genitori la scelta sull’educazione dei figli e figlie nati dalla loro unione. Saranno i genitori a scegliere in quale confessione catechizzare la loro prole e cadrà così l’obbligo canonico di istruirli solo nella confessione cattolica. Saggia decisione che i vescovi svizzeri avevano preso già prima dell’apertura del Concilio Vaticano II.

Le Chiese di fronte al “matrimonio per tutti”
Nel dibattito che ha preceduto il voto sul “matrimonio per tutti” i vescovi svizzeri si sono mossi su una linea intesa ad evitare in ogni caso una crociata dei cattolici contro la revisione legislativa sottoposta al voto. La sua chiara accettazione ha rivelato indirettamente che pure una maggioranza di cattolici l’ha approvata.

Le conseguenze del voto sono diverse per le chiese protestanti svizzere poiché la loro visione teologica del matrimonio li porta ad accettare le regole del diritto statale come costitutive del matrimonio stesso ed a considerare la celebrazione liturgica che ne segue solo un’invocazione della protezione divina sull’unione già conclusa di fronte all’autorità secolare.

Non è dunque un caso che una minoranza interna alle chiese protestanti elvetiche abbia manifestato forti riserve nei confronti di questo parallelismo automatico in materia matrimoniale. Concretamente questa riserva non ha portato frutti concreti, salvo l’accettazione di una clausola di coscienza per i pastori e le pastore che non fossero disposti a benedire unioni omosessuali poiché contrarie alla loro personale concezione del matrimonio.

In ambito cattolico la patata bollente è diversa ed è tuttora aperta. Visto che quello celebrato alla presenza di un ministro autorizzato è costitutivo ed ha carattere sacramentale non è ipotizzabile una celebrazione di un matrimonio canonico tra persone del medesimo sesso. Molte coppie omosessuali chiedono comunque una liturgia di benedizione sulla loro unione poiché intendono vivere la loro convivenza in un orizzonte di fede.

I vescovi svizzeri non hanno ancora trovato una posizione comune al riguardo. Alcuni perorano una “soluzione caso per caso”, ma questa formula non crea evidentemente alcuna chiarezza. Oso sperare che si arrivi presto ad una soluzione ben argomentata al riguardo, senza aspettare che la disaffezione e l’esodo di molte coppie dalla vita ecclesiale diventi praticamente totale.

Alberto Bondolfi
Professore emerito di etica teologica presso la Facoltà teologica dell’Università di Ginevra. Corresponsabile della redazione del trimestrale “Dialoghi”, che aderisce alla Rete dei Viandanti.

[pubblicato il 4 settembre 2022]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: www.tvsvizzera.it]

1 Commento su ““MATRIMONIO PER TUTTI”
LA VIA SVIZZERA”

  1. Grazie ad Alberto Bondolfi per la ricostruzione storica del rapporto fra chiese e società nel matrimonio.
    Un’aggiunta. La novità “moderna” introdotta dal matrimonio civile fu il primato della relazione sulla procreazione, della funzione unitiva su quella riproduttiva della specie. Per questo il matrimonio civile prevede da subito il divorzio, se la relazione entra in crisi. E’ il primato della relazione che porterà anche al riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso, quando, a fatica, l’omosessualità non sarà più un vizio né una malattia. Ferma alla centralità della procreazione, fu questo capovolgimento del primato a rendere per la Chiesa cattolica “concubini, pubblici peccatori” gli sposati civilmente. In Italia ci sarà anche il tentativo di abrogare, non solo la legge sull’aborto, ma anche quella sul divorzio.
    Sarà il Concilio Vaticano II a riconoscere nella famiglia la novità del primato della relazione unitiva. La legittimità del controllo delle nascite sarà però bloccata dall’enciclica Humanae vitae.
    In qualche incontro sinodale questa tematica a Trento è stata discussa. Una domenica, a conclusione della messa, nella mia parrocchia sant’Antonio, è stato chiesto dall’ambone in quanti avevano avuto l’opportunità di partecipare, per un parente o un amico, a un matrimonio civile. Hanno alzato la mano ca. 50 persone, un terzo dei presenti. Sul significato di quelle mani alzate, un avvio di confronto, c’era l’intenzione di discuterne in sede di SINODO, ma all’incontro non si è presentato nessuno. Non so darmene una spiegazione convincente.
    Nel pellegrinaggio diocesano a Lourdes, 2-5 settembre, 150 presenti, presieduto dal vescovo Lauro Tisi, abbiamo festeggiato le coppie in anniversario di matrimonio. Non è però stato possibile approfondire il tema in un incontro sinodale. Ci sarebbe stato il tempo, in un contesto favorevole. Dei laici partecipanti al pellegrinaggio solo il 10 % hanno finora partecipato a un incontro sinodale, e parecchi non conoscono nemmeno la parola.
    Siamo in cammino, arrancando.

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