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Chartres (Francia), Labirinto della cattedrale (sec. XII)

PER UNA FRATERNITA’ CULTURALE:
UN APPELLO AI DISCEPOLI E AI SAGGI

Nel giugno scorso è stato presentato l’appello “Salvare la fraternità. Insieme”. Si tratta di un’iniziativa della Pontifica accademia per la vita, presieduta da mons. Paglia, e coordinata da Pierangelo Sequeri, Preside del Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia.
Il punto di riferimento è l’Enciclica “Fratelli tutti” della quale si intende raccogliere la sfida per la creazione di un clima di “fraternità intellettuale” che riabiliti il senso alto del “servizio” al quale sono chiamati i professionisti della cultura: teologi e intellettuali.
I contenuti e il senso di questo documento, che ci richiama ad un impellente bisogno delle nostre società, ci viene presentato dal prof. Grillo, che ringraziamo per la sua disponibilità e amicizia. [V]

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Andrea Grillo

Sicuramente molto si è riflettuto, nel gruppo che ha steso l’Appello [1], sulla “forma” da adottare per consentire alle parole di essere comprese, considerate e valutate.

La difficoltà di uscire da un gergo
Più volte, lungo le pagine, emerge questa “coscienza infelice” di una teologia che rischia di “parlare solo di sé e a se stessa”. L’appello è così motivato da una “descrizione della condizione ecclesiale e culturale” su cui non si chiede di dire “sì” o “no” – di aderire come potrebbe accadere con una serie di tesi o di dichiarazioni – ma di confrontarsi.

Un dato di emergenza, posto autorevolmente dall’enciclica di papa Francesco sulla Fraternità e l’amicizia sociale, impone alla teologia una più precisa descrizione della condizione culturale ed ecclesiale e sollecita (anzitutto i teologi) ad un compito comune che attraversa l’intero spettro dei soggetti possibili: quelli interni e quelli esterni alla tradizione ecclesiale.

L’Appello   è per i Discepoli, mentre ai Saggi è inviata una Lettera aperta. Le forme vengono differenziate e gli interlocutori sono pensati in modo non generico. È però evidente che nel testo parlano “diverse scuole”. E questo è un ulteriore dato significativo. Quanto è difficile non usare del tutto il proprio gergo. Quanto è difficile imparare il gergo altrui e farlo fruttificare nel proprio.

Si coglie questa fatica, questo travaglio, questo sforzo su tutte le pagine di questo appello. Qui sta un suo pregio rilevante: mostra la fatica di uscire da un gergo. Ciò permette un confronto molto più ampio e abbassa il livello di lettura pregiudiziale riduce i casi di “tecnicismo”. Per un appello, che voglia parlare a tutti, questo è un elemento decisivo, che ne garantisce la possibile fecondità.

L’apprendistato dei “segni dei tempi”
L’introduzione, oltre che fissare la forma dell’approccio dialogico, fissa nell’enciclica Fratelli tutti quella “definitiva provocazione” che spinge a cercare il clima di una ‘fraternità intellettuale’ che riabiliti il senso alto del ‘servizio intellettuale’ di cui i professionisti della cultura – teologica e non teologica – sono in debito nei confronti della comunità” (Premessa).

La “destinazione” della Chiesa alla “comunità di tutti gli uomini” è iscritta nel DNA del Vangelo: la differenza tra il Signore e la sua Chiesa non è un accessorio secondario: l’incorporazione nel Corpo di Cristo non è mai sostituzione del Signore, bensì sequela e ascolto. Il legame con il Signore “mai diventa proprietà privata della communitas fidelium” (par. 1. Kairos attuale della fede). Nel nostro tempo questa evidenza è contraddetta da consacrazioni profanate e da vocazioni contraddette.

L’istituzione deve prendere congedo da forme di vita e di governo ecclesiale che soffrono di una deriva clericale patologica. Ci sono “segni” che annunciano il “nuovo mondo che dobbiamo imparare ad abitare”. Qui il testo riprende con nuovo slancio la sollecitazione che viene da Giovanni XXIII, da Paolo VI e ultimamente da Francesco: la Chiesa può/deve imparare dai “segni dei tempi”, che sono una forma di “apprendistato”.

Un supplemento di anima
Quali sono questi segni? Essi derivano da una progressiva tensione tra secolarizzazione e religione, tra etica umanistica e sviluppo materiale.

Qui si innesta una riflessione di carattere antropologico, nella quale affetti e legami, individuo e società, libertà e autorità vengono pensati in vista di un nuovo equilibrio. Potremmo dire i “tre segni dei tempi” di Giovanni XXIII (emancipazione del lavoro, dei popoli e delle donne) sono riconsiderati nella loro complessità, per il livello di “ingiustizia” che combattevano e combattono tuttora, ma anche per le nuove ingiustizie e distorsioni che producono.

Nella descrizione di questo “impatto complesso” degli ideali di emancipazione si mette in luce la ingenuità di una ricostruzione “lineare” del mondo. La denuncia di questa “perversione” del mondo dei “liberi e uguali”, dipinta in queste pagine con una lucidità quasi spietata, crea lo spazio per una ripresa del tema della fraternità e della comunità. Se il mondo che si progetta come composto da “liberi e uguali” produce tanta ingiustizia, quale via per rimediare, recuperando il “terzo vocabolo” della triade rivoluzionaria, ossia la fraternità? Ma la “demoralizzazione” e la “indifferenza” crescenti sono davvero soltanto il prodotto di una “libertà e uguaglianza senza responsabilità”? Non è questo anche il frutto di “communitates” in cui la autorità è stata incapace di custodire i legami? La domanda è legittima. Per questo la “promessa di libertà” che il mondo moderno ha sapientemente costruito chiede un supplemento di anima, di prassi e di pensiero sul tema della fraternità e della prossimità, secondo quanto profeticamente dice Fratelli tutti.

La teo-logia, bene comune
Il titolo dell’ultimo paragrafo prima dell’Appello e della Lettera aperta contiene una buona dose di sana provocazione. Che la teologia sia un “bene comune” sembra un dato ignoto non solo alla “cultura civile”, ma alla stessa teologia, spesso impegnata soltanto ad “evangelizzare se stessa” e a chiarire che cosa il cristianesimo “non è”.

La qualità creativa e ospitale, critica e dialogica, ma anche necessariamente riformatrice sul piano istituzionale del pensiero teologico chiede invece modifiche radicali, anche nel modo con cui la Chiesa cattolica pensa il lavoro del teologo. Il modo stesso con cui il Codice di Diritto Canonico pensa la funzione del teologo a partire dal 1983 – diversamente dal 1917 – contrasta duramente con questo nobile progetto.

L’obbedienza teologica, pensata come poco creativa e poco ospitale, non trova la sua verità nel silenzio, ma nella parola. Che questi termini, così espliciti, di ripensamento della teologia giungano da un gruppo di lavoro strettamente legato a due istituzioni ufficiali è un segno di grande speranza e di svolta reale. Restituire la teologia alla sua destinazione popolare, alla folla, e non solo ai discepoli, implica un profondo cambiamento di metodo, di linguaggio e di obiettivi. Anche nelle forme del concreto esercizio del lavoro teologico.

L’appello ai discepoli: superare il “modello di cristianità”
Una visione della Chiesa, tra Ecclesiam suam (1964) e Fratelli tutti (2020), è profezia di una “evidenza testimoniale della forma ecclesiale”, ossia della destinazione universale della salvezza.

Questo punto-chiave della dottrina e della autocoscienza cristiana deve ridiventare “immediato nella percezione di chiunque e saldo nella convinzione dei credenti” (Un appello ai discepoli). Ciò impone un “duplice addio”: dalla “regia ecclesiastica della società civile” e dalla “regia ecclesiastica dei saperi umani”. È riapertura, nella storia comune, di una speranza di riscatto per il mondo condiviso, anzitutto per i poveri e per gli scartati.

Questo costituisce il superamento di un “modello di cristianità” che il passato ha conosciuto e che è finito. L’assunzione di questa novità diventa una sfida davvero decisiva, che teologicamente impone il ripensamento di un “duplice dualismo”: “Il nostro appello, infine, è un appassionato invito alla teologia professionale – e in generale ad ogni credente – perché offra uno spazio privilegiato e comune all’impegno di decostruzione del duplice dualismo che ci tiene attualmente in ostaggio: fra la comunità ecclesiale e la comunità secolare; fra mondo creato e il mondo salvato” (Un appello ai discepoli).

Congedarsi da un duplice dualismo
Per così dire “le due città” non sono “due città”: sono una duplice ermeneutica dell’unica città comune. Non ci sono “storie parallele”. Per questo si deve superare il dualismo: per uscire da una scissione interna all’esperienza.

Insomma, l’uscita dal primo dualismo comporta conseguenze istituzionali chiaramente delineate: la “inadeguatezza degli apparati teologici, canonici e formativi” chiede una pronta riforma, perché possano liberarsi le energie positive di questo cambio di paradigmi. In tale cambiamento occorrerà tuttavia porre attenzione a non reinserire i “dualismi” attraverso l’uso di categorie non sufficientemente calibrate.

Il secondo dualismo, da cui prendere congedo, è il cambio di registro che riguarda l’opposizione tra naturale e soprannaturale, tra creazione e redenzione. Anche qui il lavoro di conversione e di trascrizione cui è chiamata la teologia deve lasciar cadere le troppo facili evidenze per cui in taluni casi è la natura a garantire la grazia, mentre in altri la grazia ha spazio solo “oltre”, se non “contro” la natura.

L’appello ai saggi: tutti custodiscano il “Nome di Dio”
L’ultima parte del testo è costituita da una “lettera aperta” i cui destinatari sono gli intellettuali esterni alla tradizione ecclesiale. Si chiede, con una supplica, agli intellettuali contemporanei di purificare la cultura dominante da ogni compiaciuta concessione agli spiriti conformistici del relativismo e della demoralizzazione” (Lettera aperta ai saggi).

Si lascia così spazio ad una visione che contrappone l’individuo moderno alle forme della vera comunità. Riemerge la possibilità di una lettura un po’ contrapposta e con qualche traccia nostalgica. Non sarebbe stato azzardato aspettarsi qui, oltre alla giusta critica, anche una valorizzazione della “scoperta del soggetto”, della “coscienza storica”, del “pluralismo vitale”, che certamente non è assente nelle menti degli estensori, ma non appare nel testo.

Alla cultura si rimprovera di non avere quasi parole per quei milioni di uomini e donne che continuano a tener fede, con dignità, al compito del rispetto, della fiducia, della ospitalità e della generatività. È più facile isolare, dividere, contrapporre, sospettare.

La supplica si rivolge, così, ad un “atto di custodia”: che il “Nome di Dio” sia custodito da tutti. Che si possa tutto criticare, mettere sotto giudizio, smascherare, ma che si custodisca il Nome di Dio, che sul volto del prossimo risplende per tutti. Ritrovare questa comune origine e comune destinazione, che nell’amore del prossimo si fa visibile, implica una scoperta radicale: “O prima e dopo l’abisso qualcuno ci ama, o niente. Per nessuno” (Lettera aperta ai saggi).

La critica esercitata dalle “ragioni umane” e l’autocritica che la teologia deve assumere circa le “perversioni del sacro” diventa un compito decisivo per “salvare la fraternità”.

Una sollecitazione “dalla fine del mondo”
Se volessimo riprendere il senso di questo bel documento, potremmo dire così: a 60 anni dal Concilio Vaticano II, con tutto quello che è accaduto dentro e fuori della Chiesa, la sollecitazione che viene da papa Francesco, in particolare dal suo testo Fratelli tutti, suona contemporaneamente “da dentro” e “da fuori” della tradizione ecclesiale: perché è arrivato a Roma, ma “dalla fine del mondo”. Perché lavora nel Palazzo Apostolico, ma vive fuori, in albergo. Perché dopo una sterminata serie di papi europei, è il primo che viene dalla geografia, dalla storia e dalla cultura extra-europea.

Con tutte queste dinamiche di estraneità, Francesco ci fa sentire la urgenza di un cambio di paradigma, che metta da parte le “guerre di posizione” in cui, da quasi due secoli, eravamo divenuti maestri, come teologi e come intellettuali.

La fratellanza – che nella sua inevidenza funziona quasi come un dogma (il Figlio di Dio è figlio di Maria, nostro fratello) – mostra che la libertà e la eguaglianza presuppongono la comunità e che la comunità è legittima solo se produce vera libertà e apre pari opportunità per tutti.

Salvare la fraternità e la comunità significa che “liberi e uguali” non è né l’inferno garantito, né il paradiso chiavi in mano. Una mediazione fraterna della società passa per una nuova fraternità culturale, che si costruisce senza scomuniche reciproche e senza irenismi formali.

Andrea Grillo
Professore Ordinario di Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo. Membro del Gruppo di Riflessione e proposta dell’Associazione Viandanti.

[1] P. Sequeri et alii, Salvare la Fraternità – Insieme. Un appello per la fede e il pensiero (Postfazione di Vincenzo Paglia) [sito della Pontificia Accademia per la Vita, 2021]

[pubblicato il 17 agosto 2021]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: “aleteia.org”]

1 Commento su “PER UNA FRATERNITA’ CULTURALE:
UN APPELLO AI DISCEPOLI E AI SAGGI”

  1. Il caso (o la Provvidenza, ciascuno scelga il termine secondo il proprio linguaggio) ci ha messo di fronte alla morte di un ateo per vedere se e come abbiamo letto Matteo 25. Oltre alla banalità del male c’è una banalità del bene che ci sta interrogando.

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