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RELIGIONI, VIOLENZA, DONNE: NASCE UN OSSERVATORIO INTERRELIGIOSO

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Paola Cavallari

La questione riguarda la sfida nelle Chiese – e nella società tutta – affinché cessi un’ingiustizia inaccettabile, ancor più odiosa, indegna e ingiustificabile quando ha come attori/attrici i battezzati e le battezzate.

Uscire dal ruolo ancillare
Donna perché piangi? (Gv 20,15) è il titolo di un mio editoriale pubblicato in questo sito, con il quale lanciavo un appello (già pubblicato sulla rivista Esodo) affinché le donne cristiane cattoliche uscissero dallo stato di minorità ecclesiologica, dal ruolo “naturalmente” ancillare in cui erano confinate, dal loro servidumbre – come ebbe a dire papa Francesco – e affermassero che la loro partecipazione ecclesiale doveva attuarsi nei termini di un servizio pieno, tanto quanto quello degli uomini.

Se la koinonia a cui la Chiesa si rifà è quella dell’Evangelo, essa deve ricordare che nel messaggio di Gesù (letto nella sua evoluzione storica e quindi nell’apertura al nuovo, come è stato argomentato nel Concilio Vaticano II) non c’è traccia dell’esilio simbolico che le donne subiscono, non c’è traccia dell’interdizione ad un camminare escatologico uno di fronte all’altro (Gen 2,18b), nell’orizzonte della sinodalità.

La “differenza” delle donne – il cosiddetto genio femminile, per esempio – non può essere frutto del “pensiero” del magistero, di una realtà quindi che è cifra dell’esperienza esclusiva di uomini e del loro desiderio/dominio esercitato sulle donne, le quali poi pervasivamente introiettano tali immagini.

Un sessismo subliminale
Nella tradizione del clero si annida un patrimonio in cui spiccano frasi come: «Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo» (Siracide 25, 24), o «L’uomo è nato dalla donna! Non c’è nulla di più abietto» (san Bernardo, Sermo in Feria IV° Hebdamodae Sanctae, 6, V, 60 (ma gli esempi sarebbero molteplici). Di un tale florilegio la Chiesa non ha fatto ammenda. Difficile negare che tali parole non siano segno della mentalità sessista che ha pervaso l’universo clericale, di cui tuttora c’è scarsissima consapevolezza.

Delphine Horvilleur, rabbina di Parigi, in una recente intervista afferma: «Il femminile resta il nome di una sovversione che si tiene a distanza. La voce delle donne, il loro corpo e la loro erudizione rappresentano ancora una minaccia. È il nodo gordiano del pensiero religioso: finché non farà spazio al femminile, avrà un problema con l\’alterità». (Si può restare in piedi solo se si è consapevoli dei propri punti deboli, in www.la-croix.com dell\’8 febbraio 2019).

Terminavo il mio articolo con le parole di auspicio: “Spero si esca dal silenzio”. Ma un silenzio cieco, quasi generale, sembrava esserne l’esito.

Un seme invisibile
Non sapevo allora che in altre stanze si stava elaborando qualcosa di molto rilevante, il cui contenuto era imparentato – seppur nella diversità – con le mie parole. Si trattava di qualcosa di unico nel suo genere: un documento ecumenico titolato Contro la violenza sulle donne: un appello alle chiese cristiane in Italia e firmato a Roma il 9 marzo 2015 dai rappresentanti di dieci Chiese cristiane. Atto assai significativo promosso dalle Chiese evangeliche. (Per chi volesse saperne di più, si può documentare nel sito

Di quell’evento e della sua rilevanza, come spesso succede, per lo più non se ne conobbe nemmeno l’esistenza. Le ragioni di ciò sono tante e qui non le analizzerò. Il seme però c’era, era stato gettato, per quanto invisibile. E andava coltivato. Con l’appoggio del presidente del SAE Piero Stefani, mi feci promotrice dentro il SAE bolognese – con la collaborazione del FSCIRE (Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII) – di inaugurare le Tavole rotonde interreligiose su religioni e violenze sulle donne, affinché a quella scintilla ecumenica si desse eco e valore. Gli appuntamenti volevano inoltre coinvolgere donne e uomini di altre comunità religiose, e anche persone del mondo laico, perché la questione della violenza di genere – domestica e/o contro le donne in generale – è un vulnus, un torto, un’offesa di tale gravità che deve trovare l’attenzione di una rete di persone di ogni appartenenza/ associazione che si voglia impegnare in quest’impresa.

Il piccolo seme germoglia…
In queste occasioni, nacque la proposta di un Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne: si avvertiva infatti la necessità di monitorare le ricadute dell’Appello e di diffonderlo; e però anche di irrobustirlo del sapere della teologia femminista e di ancoralo ad un organismo che fungesse da presidio dell’Appello stesso, che donne battezzate si autorizzavano ad esercitare.

Nello stesso tempo si profilava l’esigenza di non confinare il tema nel perimetro delle Chiese cristiane, ma di estenderlo ad altre comunità religiose: tutte infatti pativano del “peccato d’origine”: una considerazione denigrante e mortificante della donna, filtrata in funzione dall’uomo.

Ora, nel 2019, l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne è giunto ad un punto di svolta. Lunga è stata la fase di gestazione, ma ora l’organismo è pronto per presentarsi pubblicamente con i suoi caratteri originali, che si possono condensare in questa sintesi: agire per un contrasto alla violenza di genere a partire dalle iniquità che le chiese/comunità religiose hanno esercitato (che esercitano), in forme differenti a seconda dei momenti e dei contesti. In queste pieghe (anche se non solo in queste) si annidano – come hanno sottolineato molte teologhe, teologi, esperti ed esperte agli appuntamenti delle tavole rotonde – i germi delle strutture di violenza.

Il gruppo costituente si è dato un Protocollo d’Intesa, dove sono esplicitate le motivazioni di fondo, le ragioni del suo essere, gli intendimenti comuni e le linee progettuali.

…e produce un frutto
Il 14 marzo prossimo, nei locali della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, verranno apposte le firme al documento dalle 22 donne facenti parte del Gruppo Costituente (tra cui la sottoscritta); esse sono di religione ebraica, cristiana, musulmana, induista e buddista. La religione cristiana è rappresentata dalle componenti: evangelica (luterana, metodista, valdese, battista, avventista, pentecostale), cattolica (con esponenti di Gruppi donne Comunità cristiane di base), e ortodossa (declinazione romena).

Nella stessa circostanza, avverrà una conferenza stampa e la presentazione del libro Non solo reato, anche peccato, religioni e violenza contro le donne (a cura di P. Cavallari) edito da Effatà. Un libro collettaneo il cui sviluppo restituisce lo spirito e la vocazione delle stesse Tavole rotonde di cui sopra.

Differenze riconciliate che danzano con differenze valorizzate. Un’ infinità di fili ci costituiscono: con l’aiuto del Signore potremo farne un tessuto? Rimarrà uno scampolo? Sarebbe motivo di giubilo comunque averne prefigurato l’affresco. O forse sarà un granello di senapa?

Paola Cavallari
Responsabile dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne

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Su questo tema puoi leggere anche: 
Codrignani G., Ecumenismo secondo le donne (blog “Cerco solo di capire”, 11.4.2019)

 

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