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Assemblea sinodale della diocesi di Bolzano-Bressanone (2015)

VERSO IL SINODO
 DELLA CHIESA ITALIANA

Fulvio De Giorgi

Tempi di responsabilità per i cattolici italiani.
Tempi di metanoia per tutta la Chiesa d’Italia.

In effetti il tragico momento nazionale, che stiamo vivendo, esige ed impone un vero e proprio salto di qualità. Per questo è necessario l’avvio di un percorso verso il primo Sinodo italiano. Si tratta di un’esigenza spirituale di conversione e, insieme, di una lettura responsabile dei segni dei tempi: un ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

Il tempo è ormai maturo
Papa Francesco aveva, in effetti, indicato questa opportunità al Convegno nazionale della Chiesa italiana di Firenze: aveva cioè – come ama dire – avviato un processo. I tempi per metabolizzare ed elaborare questa proposta da parte della comunità ecclesiale nazionale non sono stati rapidi. Ma forse, ad un’analisi realistica delle inerzie storiche di medio e lungo periodo, non ci si dovrebbe troppo meravigliare. E neppure, credo, essere severi censori.

E tuttavia il tempo ormai è maturo. Per questo il 30 gennaio il papa ha detto alla Cei: «Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare».

Non mi pare utile esternare sterili compiacimenti, quasi a voler dire che il papa ha rimbrottato i vescovi italiani, li ha strattonati, tirati per la talare. Certo, sono reazioni e letture che possono venire in mente. Ma che, se ci ripensiamo con serenità, lasciano il tempo che trovano.

Mi pare più serio e responsabile – ripeto: nel momento di tragedia che stiamo vivendo e che ha determinato perdite gravi nelle diverse comunità diocesane – impegnarsi costruttivamente per offrire contributi positivi che aiutino, diano una mano.

Piena libertà di parola
Mettiamo allora in fila alcuni primi pensieri semplici in ordine al che fare. Pensieri che riguardano la forma e i contenuti.
La forma: cioè le modalità, i metodi, le condizioni di efficacia.

A mio avviso c’è una pre-condizione assoluta, che dovrebbe essere ovvia, ma che ancora non lo è abbastanza. Se non si è chiari su questo, si rischia di compromettere, fin dall’inizio, l’eventuale iter sinodale. Ricordate gli schemi di documenti che la Curia romana aveva preparato perché fossero approvati nel Concilio Vaticano II? I vescovi si sarebbero dovuti adunare a Roma, leggere tali bozze e approvarle: tutto finito e chiuso in un mese. Ma, per grazia di Dio, non fu così: i vescovi dissero che quegli schemi erano inadeguati e li misero da parte e cominciarono a discutere liberamente, nella vera e santa libertà cristiana.

Ecco allora la prima e assoluta condizione: la piena libertà di parola nella Chiesa (riprendendo le insuperate indicazioni della Communio et Progressio, dei tempi di Paolo VI). Questo non significa che, in un’assemblea diocesana, il vescovo chieda: qualcuno ha qualcosa da dire? E lasci possibilità d’intervento. Tale libertà graziosamente concessa dall’alto (“ottriata” come si diceva nell’Ottocento per certe Costituzioni, benignamente concesse dal sovrano) non serve a nulla: potrebbe anzi essere dannosa, potrebbe essere un comodo e ipocrita alibi.

Alla ricerca di tutte le voci
La libertà di parola è un compito, un doveroso obiettivo, dell’azione pastorale. Bisogna lavorare molto affinché tutti i battezzati e tutte le battezzate possano veramente partecipare. Bisogna stimolare, incoraggiare, creare occasioni di confronto vero e serrato, luoghi distesi di dialogo, momenti non superficiali di discernimento. Bisogna fare grande e delicata attenzione affinché non si verifichino esclusioni preconcette o silenziose emarginazioni (che un mero riprodursi dei meccanismi tradizionali consueti potrebbe automaticamente riproporre).

Occorre, soprattutto, assicurare che nessuno sarà censurato o emarginato per quello che dice, in “scienza” e coscienza: accogliere, in via preventiva, anche gli interventi “sgrammaticati”, impropri, perfino “sbagliati”, per tutto vagliare serenamente e comprendendolo nella sua realtà (ciò che non va bene come suggerimento, può essere utile come segnalazione di uno stato d’animo): tutto vagliare e tutti ascoltare.

Occorre andare a cercare tutte le voci critiche, coloro che hanno segnalato problemi e che, spessissimo, sono stati trattati come se il problema fossero loro. In un cammino sinodale efficace sono preziosi coloro che riescono a individuare i problemi da risolvere, le cose che non vanno, le piaghe da sanare. Il loro protettore è il Beato Antonio Rosmini che, con amore struggente per la Chiesa, scrisse Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa e se le vide messe all’Indice, e si vide assalito da tanti presunti “prudenti” e si vide negata la porpora cardinalizia che poco prima gli era stata proposta e promessa! Cerchiamo i Rosmini di oggi! I Semeria, le Giacomelli, i don Milani …

L’ora delle scelte preferenziali
Sempre sul piano del metodo, una consultazione non ristretta dovrà portare ad un ricco Instrumentum Laboris che offra tracce per la verifica della realtà ecclesiale e dei suoi problemi: non generiche e sbiadite linee, ma una cassetta degli attrezzi per vere e precise analisi, che sappiano andare in profondità. È evidente che già questo momento si presenta come delicato e non semplice: e allora ci si potrà prendere il tempo necessario (almeno fino alla fine della pandemia) per calibrarlo bene nelle scelte di fondo sulle priorità e nelle formulazioni aperte (che cioè prospettino più alternative per possibili percorsi tra le quali scegliere).

L’individuazione delle priorità è fondamentale: perché il Sinodo deve essere l’ora delle scelte, delle scelte preferenziali. Poi, ovviamente, si sa che tutta l’azione pastorale va portata avanti, ma occorre rifiutare l’idea di un Sinodo-tuttologo (e magari “teologico”) per un Sinodo-scelta (soprattutto “pastorale”).

Successivamente dall’in-put nazionale si dovrà passare ad un cammino sinodale nelle Chiese locali e nelle loro articolazioni comunitarie, per giungere infine ad un momento sinodale nazionale, da studiare bene nelle forme, nelle partecipazioni, nelle modalità e nei tempi: affinché il lavoro delle diocesi, anche le più periferiche, non sia mortificato da un dirigismo centralistico, ma sia invece valorizzato e funzionalizzato ad una più organica e piena sinodalità nazionale; affinché i pastori possano svolgere al meglio il loro ministero, per una riforma autentica – non di sola facciata – della Chiesa italiana e della sua pastorale, cum Petro et sub Petro.

La base, anche sul piano metodologico, è ovviamente il Vangelo, attualizzato dal magistero del Vaticano II (un magistero che non è negoziabile!): dalla radice della Parola di Dio cresce il tronco della sapienza pastorale, per dare frutti di rinnovamento. La mediazione culturale è l’umanesimo cristiano: umanesimo della carità, umanesimo dello Spirito.

Comunità capaci di compassione
Per quanto riguarda i contenuti ne vedrei innanzi tutto due.
Il primo obiettivo, a mio avviso, è una forma aggiornata – cioè comprensibile – dell’annuncio evangelico di Liberazione, nella società contemporanea e ai suoi “piccoli”, parlando i linguaggi degli uomini e delle donne di oggi, facendosi carico dei loro modi di pensare e di elaborare le loro gioie e speranze, tristezze e angosce, cioè accogliendo i segni e la sensibilità del nostro tempo (non di duecento o cento anni fa).

Tale obiettivo implica valorizzare la dimensione comunitaria. Come dice il papa «Non è il momento per strategie elitarie. […] Questo è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno. È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine. È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati.

È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse. È il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione». E allora, come recentemente è stato detto dalla stessa Cei, rimettere a tema quello che fu il piano pastorale degli anni ’80: riflettere, operare discernimento e decidere su Comunione e Comunità.

E perciò: come dare una vera struttura sinodale, sconfiggendo i clericalismi, alle comunità parrocchiali e diocesane? Quali strumenti a livello nazionale? Come promuovere un vero – e non rachitico, depotenziato, di seconda fila – protagonismo femminile nella vita comunitaria ecclesiale? Come pensare non solo ad una Chiesa per i poveri (con un forte rilancio delle Caritas) ma anche con i poveri e dei poveri, sul passo degli ultimi?

La centralità dei ministeri
Ma, naturalmente, ed ecco il secondo obiettivo, l’annuncio richiede la credibilità dell’annunciatore: dunque, anche qui, una ripresa del tema Evangelizzazione e ministeri. Pensare ad un direttorio per le nuove forme che hanno assunto, dopo le recenti decisioni di papa Francesco, l’accolitato e il lettorato.

Per esempio: perché non pensare a lettori che proclamino anche il Vangelo e che lo commentino? Perché non pensare ad accoliti che amministrino il battesimo, presiedano le esequie, benedicano le nozze? Perché non pensare a ministri – che siano insieme lettori e accoliti – responsabili di comunità parrocchiali? E poi: perché non chiedere, per l’Italia, l’ordinazione di viri probati?

Perché non dare pieno sviluppo alla ministerialità nuziale (come sacerdozio specifico, distinto sia dal sacerdozio comune sia dal sacerdozio ordinato)? Perché non riflettere su come procedere per la strada indicata da Amoris Laetitia? E ancora: quale pastorale per le persone di orientamento omosessuale? Che tipo di benedizione si può pensare per le loro forme di unione di vita?

Coraggio e radicalità
Affinché tutto questo non sia uno sterile esercizio e, soprattutto, per non scadere in fredde contabilità di maggioranze e minoranze, bisogna aprirsi allo Spirito. Ovviamente se c’è parresia, c’è differenza, anche profonda, di punti di vista: questo pluralismo è un bene, anche espresso in forma appassionata. Ma non deve scadere nella polemica rancorosa, fine a se stessa. Il principio maggioritario è ovviamente irrinunciabile, ma deve contemperarsi con un “principio sanioritario”: maior et sanior pars. E la “sanior pars” è il papa, vescovo di Roma e Primate d’Italia: è lui che, se e quando e nelle forme che riterrà opportune, può esercitare la funzione “sanioritaria”. [ndr – Su questo aspetto si veda De Giorgi F., Come si decide nella Chiesa?]

E naturalmente ci vogliono fede, coraggio e quello che Rosmini chiamava «spirito d’intelligenza». Siamo davanti ad un cambiamento d’epoca, piccoli aggiustamenti di facciata non servirebbero a nulla. Non abbiamo bisogno di esercizi, rinunciatari e banali, di cosmesi o di chirurgia estetica. Ci vuole il coraggio della radicalità evangelica. Altrimenti il secolarismo rampante ci devitalizzerà; saremmo, allora, davanti – e non sarebbe la prima volta nella storia – ad un fallimento pastorale. Invece ci vuole coraggio, che poi è fede nel Vangelo e docilità al soffio dello Spirito. E, come dice Francesco, «Non dobbiamo avere paura di elaborare strumenti nuovi […] i tempi attuali richiedono intelligenza e coraggio per elaborare strumenti aggiornati, che trasmettano all’uomo d’oggi la ricchezza e la gioia del kerygma, e la ricchezza e la gioia dell’appartenenza alla Chiesa». In Spirito Santo e fuoco.

Fulvio De Giorgi
Docente di Storia dell’Educazione all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti.

[Pubblicato il 2 febbraio 2021]
[l’immagine è ripresa dal sito: “frontierarieti.com”]

Nel sito, sul tema si possono vedere anche
Gli articoli:
Campanini G., Un “sinodo italiano” aperto alla corresponsabilità dei laici [18.1.2020]
Ferrari F., Sinodo e Chiesa sono sinonimi [4.8.2019]

La pagina:
Chiesa italiana. E’ tempo di Sinodo

3 Commenti su “VERSO IL SINODO
 DELLA CHIESA ITALIANA”

  1. Il testo di De Giorgi è molto ricco e importante. Lo condivido pienamente e ringrazio.
    Vorrei solo ricordare che in un altro tempo, anche ecclesiale, il vescovo di Firenze, Piovanelli, dette vita ad un sinodo molto partecipato (1988-1992) che seguiva il modello che era stato elaborato dal sacerdote belga Joseph-Lèon Cardijn e che aveva fortemente influenzato la prassi pastorale delle Chiese latino americane. Nella prima fase i gruppi di base si riunivano nelle case con una grande libertà di discussione.
    Condivido anche i temi e le proposte. Temo però una certa lentezza ed eccessiva ‘prudenza’ di una buona parte dell’episcopato italiano.

  2. Sono pienamente d’accordo con l’editoriale di Fulvio De Giorgi. Aggiungerei soltanto che un’altra priorità da approfondire sarebbe, a mio parere, l’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi, che non sta più in piedi.

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