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Aldo Capitini

Chi è costui?
A chi desidera sapere di lui proponiamo la lettura diretta della sua breve autobiografia “Attraverso due terzi del secolo”. Ciascuno vi può scegliere quel che cerca, essendo ben scandita, elaborata periodando la propria vita con candore, magistrale consapevolezza di sé nella storia e senza infingimenti. Questo autoritratto, scritto due mesi prima di morire, si conclude con la parola compresenza. Di qui partiamo, considerandola l’idea chiave, teorico-pratica, del suo pensiero-azione. Per una rapida rievocazione della figura di Aldo Capitini (AC) ricordiamo solo le principali manifestazioni di superficie – quelle visibili – del suo umanistico itinerario di vita, giusto per una collocazione rispetto ai temi di nostro interesse (coscienza-bene comune-pace-nonviolenza), riservandoci lo spazio per uno scavo in profondità, sia pur circoscritto.

Figlio del campanaro ‘civico’ di Perugia, dove nasce nel 1899, AC è ricordato molto meno come antifascista della prima ora e durante tutto il “ventennio” e come riformatore religioso fuori dalla Chiesa cattolica soprattutto dopo il Concordato del 1929, che come promotore della prima Marcia della pace Perugia-Assisi (1961, ora perdurante ma in fase critica) e quindi del Movimento nonviolento per la pace con il relativo periodico “Azione nonviolenta”. Forse ne hanno memoria coloro che sono interessati al tema dell’obiezione di coscienza (AC se ne occupò attivamente dal 1946) e tra costoro ne hanno memoria certamente i ‘milaniani’, ex allievi di don Lorenzo Milani o suoi discepoli sparsi in tutto il mondo, per le sue due visite alla scuola di Barbiana a discutere di nonviolenza.

Cosa c’entra la compresenza con tutto questo?
Secondo AC tutti sono compresenti, i morti e i viventi, e ciascuno dà il suo contributo alla produzione di valori, perché i valori non si danno da cogliere e conservare, ma sono creati vivendoli praticamente. L’idea di compresenza non sottostà a prove razionali della sua verità, essa è un’apertura religiosa all’unità di tutti gli esseri e come tale è vissuta nella pratica. Le conferme della compresenza vanno ricercate nella prassi, nella apertura al dialogo coi viventi e coi morti, nella ricerca di andare oltre i propri limiti e le insufficienze della realtà di tutti e del mondo intero. La compresenza è sempre in evoluzione, è creativa e creatrice: si accresce coi nuovi nati ed è tenuta insieme dal collante della produzione di valori.

La pace è il più alto valore  che si crea nella compresenza dei vivi e dei morti a cui ciascuno, anche inconsapevolmente, può dare il suo contributo. Questo si crede per intima religiosa convinzione (persuasione) e rappresenta la massima apertura verso l’altro, anche con la “A” maiuscola. Tale convinzione non nasce dal nulla né è generata intimisticamente, ma nasce dalla  coscienza appassionata della finitezza dell’essere umano e della limitatezza della realtà così com’è, della sua insufficienza. È la considerazione del bisogno di liberazione di tutti dai propri limiti, dalla emarginazione e dall’oppressione, dalla violenza (male) e dai suoi esiti.

Nonviolenza paciosa?
Nei confronti di questa realtà l’adozione della nonviolenza si può ben definire un atto rivoluzionario sulla via della pace, sostenuto da un amore aperto a tutti, per nulla tranquillo, impegnato nella denuncia aperta di ciò che è male e nella lotta di contrasto con il mondo, con l’attivissima pratica della nonviolenza. Queste idee sono espresse con incisività e chiarezza in uno scritto che illustra i principi e le ragioni della nonviolenza. Principi e ragioni che non solo mostrano quanto questa lotta non sia invocata da un’anima bella chiusa in un suo mondo ideale e astratto che non sa fare i conti con la realtà dominante del suo tempo, ma che indicano quanto attuale sia il pensiero-azione di Aldo Capitini nel nostro tempo, tempo di ritorno insistente della guerra a risolvere conflitti, come se non fosse chiaro e attestato dalla storia recente quanto la guerra chiami altra guerra, quanto essa aumenti la carica di odio tra i contendenti invece di pacificarli, quanto essa non risolva i conflitti nemmeno dove è reiterata da più di mezzo secolo, e sia semplicemente falso che si possa costruire la pace preparando (come deterrente?) la guerra. Le armi accumulate e perfezionate prima o poi chiedono di essere testate sul campo! Il problema per AC diventa quello di promuovere la persuasione alla nonviolenza in ciascuno e in tutti, un problema di coscienza quindi, individuale e collettiva, e di conseguenza un problema di educazione. Cominciamo dalla coscienza.

Coscienza “dignitosa e netta”
Fin dai suoi primi scritti AC affronta questo tema con incisività e ampiezza di vedute. La coscienza è l’intimo, l’anima di ciascuno, il luogo di Dio, un Dio che non comanda ma che persuade. È anche il luogo della consapevolezza dei propri limiti (compresa la morte), ma anche della possibilità di continuamente vincerli. Non è una coscienza isolata in se stessa, ma costitutivamente aperta a tutti, in grado di vincere il proprio egocentrismo decidendo di collaborare con tutti a produrre valori, nella pratica della nonviolenza e della nonmenzogna. Verità e nonviolenza (quelle che per Gandhi erano antiche come le montagne) sono i mezzi religiosi che si adottano “come un doveroso impiego di se stessi davanti a Dio nella coscienza”. “La nonviolenza, come la verità, non può essere assente dal respiro di ogni momento… La nonviolenza, inducendo continuamente alla considerazione degli altri esseri, disabitua dall’egoistico riferimento con esclusione o sottomissione del resto; e realizza così una vita in cui acquistiamo un contemperamento con gli altri e con il tutto, da disancorarci lietamente da ogni pretesa egocentrica.” Non possiamo dare spazio qui a considerazioni sulla religiosità di AC, per quanto sarebbe di capitale importanza per capire il suo pensiero-azione. Tuttavia una pagina autobiografica di uno dei suoi ultimi libri illustra con passaggi molto interessanti la sedicente graduale fuoriuscita dal cattolicesimo verso un “teismo di tipo morale” che ebbe nel Concordato tra Stato e Chiesa del 1929 l’evento scatenante risolutivo. Altre pagine, di un testo del 1967 recentemente ristampato (2009), nell’esporre 12 tesi sulla nonviolenza, mostrano la straordinaria attualità di AC nell’argomentare intorno alla vera natura della nonviolenza, alla sua carica di scelta morale religiosa, alla sua efficacia sul piano personale, sociale e politico, al suo fondamentale contrasto alla guerra, alla sua valenza democratica nella costruzione di un mondo di pace.

Prendere posizione
Ma già in un libro del 1958 su politica e cultura, religione e società, convegni laici e valori religiosi – con un titolo che visto da fuori appare abbastanza enigmatico: “Aggiunta religiosa all’opposizione” – si apre con un capitoletto su Coscienza e fatti in cui AC tesse un elogio della coscienza come luogo delle scelte ideali che aspirano a divenire reali, egli sostiene il “necessario allacciamento della vita etico-religiosa (pur dalle catacombe) a quella civile politica e sociale”. Che, molto concretamente, significa adottare precise “posizioni di coscienza”, esposte in altre parti del testo, in riferimento ai grandi temi politico sociali del tempo suo, ahinoi ancora in gran parte attuali per il tempo nostro: democrazia nei partiti e loro integrazione, come diremmo noi, con associazioni e movimenti; contro il pensiero unico nella scuola e nella stampa; contro la tortura e la menzogna politica; per il diritto all’obiezione di coscienza. Quest’ultimo punto, che per AC è fondamentalmente “obiezione di coscienza contro ogni guerra”, pur tuttavia nella sua stessa concezione risulta limpidamente fondativo di ogni tipo di obiezione di coscienza, anche dei tipi oggi emergenti. Per AC infatti l’obiezione di coscienza dovrebbe nascere sì da un’intima persuasione, ma anche dalla testimonianza personale al bene, vale a dire che essa non è qualcosa di negativo bensì “alta affermazione di un valore” nella “infinita correlatività delle coscienze”. La collaborazione di tutti alla costruzione dei valori quindi si manifesta anche nell’obiezione di coscienza,  posta non a caso al passaggio “dalle tecniche individuali alle tecniche collettive”, per la semplice ragione che essa non ha da chiudersi in un’individuale e insindacabile posizione intimistica, ma deve manifestarsi attivamente in un apporto personale alla costruzione del bene comune. Per AC i fini si capiscono dai mezzi adottati per perseguirli e ogni posizione di coscienza è sempre, ad un tempo, pensiero e azione.

Come “formare la coscienza”?
Certo la coscienza va educata. L’apertura al tu consente all’educatore di porsi non solo come colui che parla ma anche, prioritariamente, come colui che ascolta. E ascolta per capire come mettere a disposizione dell’educando la propria tensione al valore in modo che egli – l’educando – diventi soggetto della propria crescita, della “possibilità di liberazione”. L’educazione, che punta sempre in fondo all’autoeducazione, mira a promuovere l’autocoscienza del bene e perciò per Ac non si deve avvalere della minaccia e della costrizione (anche larvate) ma “sul far innamorare presentando un bene” che è fiducia nell’infinita possibilità per ciascuno di migliorare, crescere, camminare per la propria liberazione. L’azione dell’educatore sarà tanto più efficace quanto più sarà basata sulla fedeltà ai valori enunciati, mettendo in condizione l’educando di liberamente scegliere in prima persona se e come aderirvi, nella pacata consapevolezza che i risultati dell’educazione sono tra “le cose più ardue ad essere accertate”. L’impianto pedagogico vale per i bambini e per gli adulti, esso non conosce confini di età. Ciò che vale per l’insegnante vale per l’educatore politico dedito all’elevazione della popolazione, impegnato a promuovere la persuasione del valore nonviolenza, contrario all’indifferenza, all’acquiescenza, alla difesa ad oltranza della realtà così com’è, che AC considera tutte forme criptiche di violenza. E i modi non si differenziano quanto alla testimonianza personale di ciò in cui si crede, che rimane preliminare, e il rispetto dell’altro, che resta basilare; “la radice della nonviolenza sta nell’essere nonviolento, prima dell’atto rivolto ad altri”. Ben di più della pur necessaria nonmenzogna che purtroppo abita da molti anni anche alcune delle nostre élites politiche, né paiono in atto, per la democratica trasparenza, vistosi cambiamenti.

Ricapitolazione per l’oggi
A conclusione di questa carrellata su un pensiero di notevole complessità e articolazione come quello di AC potremmo tentare di far sintesi con un lessico attuale, perché il suo messaggio si presta a far presa sul nostro tempo.

Contro il pensiero unico che invade con successo le coscienze additando i suoi fascinosi ‘valori’: competitività, esaltazione dell’individuo, merito, consumismo che AC considererebbe forme di violenza, bisogna opporre un orientamento alla solidarietà, alla condivisione, alla sobrietà, alla cura del prossimo e della natura, condensabili nella pratica della nonviolenza. Non c’è bisogno di ulteriori prove della necessità di riorientare l’orizzonte di un mondo in cui a guerre si aggiungono guerre e alla violenza dell’impoverimento forzoso si aggiunge quella della sospensione dei diritti umani fondamentali, per comprendere la necessità di una conversione ecologica. È tempo per la promozione di un “federalismo dal basso” in cui l’appello non è diretto alle élites politiche, ma alle popolazioni e a chi le può fermentare dal di dentro: gruppi, associazioni, movimenti sociali. La meta è alta: porre rimedio alle ferite inferte alla vita democratica riappropriandosi di forme di partecipazione e capacità di autogoverno.

Alla laicità del laicista non serve un particolare accreditamento della proposta di AC. Alla laicità del cattolico può apparire affascinante il suo pensiero (e con esso la sua azione) così radicato nel centro del messaggio evangelico, tanto più se appuntato alla presa di coscienza della fratellanza universale, della comune dignità umana, della pratica della nonviolenza come costruzione operosa della pace, massimo bene comune.
(Piergiorgio Todeschini)