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Nati a diventare liberi

Una coscienza in relazione

Abbiamo già affrontato in questa rubrica, a proposito del pensiero e dell’azione di Aldo Capitini , la costitutiva apertura della coscienza all’altro (nella compresenza dei morti e dei viventi), la sua capacità di vincere l’egocentrismo, di prendere libere posizioni contro ogni forma di oppressione. Ma la tesi della natura relazionale della C, con tutte le implicazioni che essa comporta, ha un predecessore illustre nella prima metà del secolo scorso e, se si esclude Paolo di Tarso, un anticipatore: il sacerdote, filosofo e teologo cattolico, Romano Guardini. Egli dà una definizione metaforica di C di grande pregnanza, la quale connota inoltre il suo orientamento di fondo di coniugare sempre la riflessione alla vita: “[La coscienza…] è la culla della storia. Solo dalla coscienza sgorga «storia», la quale significa ben altro che non un processo naturale. Storia significa che, in seguito a libera opera umana, qualche cosa di eterno entra nel tempo.” (La coscienza, Morcelliana, Brescia 1997, p. 25).

Mentre lasciamo gustare al lettore la profondità di questo brano, evochiamo la concezione dell’uomo di Guardini come relazione aperta verso l’altro da sé, da cui anche noi abbiamo preso le mosse. Da alcuni suoi scritti ‘pratici’ (nel senso di non teoretici), possiamo agevolmente cogliere gli stimoli a considerare qui la libertà umana, anzitutto come libertà di C, ben calata in situazione a fronte dei grandi problemi del suo tempo e, più oltre, la necessità di una formazione volta a superare, della C, limiti e carenze.

La libertà si guadagna a caro prezzo

Guardini non ha dubbi sulla principale caratteristica della libertà umana: è una conquista. Non solo come liberazione dalla schiavitù (dalle passioni e dagli istinti secondo il Nostro), ma come costruzione della C morale. Per questa costruzione, che comporta una “tenace lotta infinitamente ardua”, egli propone tre vie: la conoscenza, la disciplina e l’unione. La conoscenza comincia dal “vedere chiaramente” in se stessi per capirsi, all’insegna del motto giovanneo la “verità vi farà liberi”, ma “la pura teoria non è ancora niente, ci vuole la pratica” e la pratica (disciplina secondo Guardini) è una lotta costante, quotidiana contro i vincoli (limiti e ostacoli) alla propria libertà che sono di varia natura, da quelli psico-fisici a quelli socio-culturali a quelli specificamente etico-religiosi. L’unione (o comunanza) è il vivere con gli altri, il contrario del chiudersi nel proprio io del quale si rischia di rimanere prigionieri. E la relazione con gli altri permette anche di capire meglio se stessi e rende disponibili alla verità, purché la relazione stessa sia sincera. (le citazioni letterali sono tratte dalla Lettera settima. La libertà, in Lettere sulla autoformazione, Morcelliana, Brescia 1963, pp. 102-124).

E’ la situazione a dirmi cosa sia il bene

Per Guardini la C morale ha un compito: rispondere al bene. Ma, cosa vuol dire ‘rispondere al bene’? Non consiste in un atto di obbedienza a una norma che lo prescrive perché è la “situazione a dirmi che cosa sia il bene”. È la vita di tutti i giorni, nell’ambiente in cui vivo che mi propone sempre nuove situazioni problematiche. Esse ineludibilmente mi interpellano, esigono che me ne curi, che “prenda posizione, che mi decida, che agisca”. La C si attiva per una scelta pratica da praticare: “ il bene non diventa realtà se non lo attuo” e non posso che ricavarlo dalla situazione in cui si concretizza con caratteristiche specifiche. In questo senso fare il bene è un atto creativo che immette nella storia “qualche cosa di eterno”. (vedi un estratto da R. Guardini, La coscienza, Morcelliana, Brescia 1997, pp. 19-29 passim).

Torniamo al tema libertà/responsabilità da cui siamo partiti. Guardini afferma: “Per il sentimento immediato la libertà appare spesso consistere nell’affermazione della propria volontà. Fare ciò che piace e torna utile si presenta come indipendenza e perciò libertà. Ma l’esperienza morale mostra che ciò conduce ad essere prigionieri del proprio io, e schiavi delle cose. Ciò conduce, peggio, al contrario della libertà, alla vera e propria ed essenziale illibertà.” È l’esperienza morale, non un precetto, che mette in guardia dalle miserie dell’individualismo e convince che la persona “in definitiva può respirare solo nel bene e nella giustizia.” (R. Guardini, Libertà – Grazia – Destino, Morcelliana, Brescia 2000, p. 58).

Chiudiamo provvisoriamente il contributo di Guardini con una sua lapidaria affermazione che meriterebbe ben altro approfondimento di quello concesso in questo spazio: “Libertà e responsabilità fondano la dignità essenziale dell’uomo” (ivi, p. 68). Ci limitiamo a riprendere la sottolineatura che riguarda la libertà come conquista: “La libertà è vivente, cioè, come tutti gli esseri viventi, deve crescere” perciò va cercata, bisogna volerla e – per contrapposizione – può regredire “nell’ottusità inerte”. L’altro elemento decisivo riguarda il tipo di azione in cui si concretizza la libertà. Guardini distingue la libertà da qualcosa (liberazione dalla costrizione) dalla libertà per qualcosa. Il qualcosa che determina il senso dell’azione mostrandone il fine. È su questa che s’impernia la responsabilità di fare “ciò che di volta in volta è giusto”. Tra giustizia, bene e verità il passo è breve, come vedremo di sèguito.

L’uomo autentico vive per la giustizia, il bene, la verità

Per un’ambientazione del discorso in tempi a noi contemporanei ci sembra particolarmente avvincente il modo di affrontare il nostro tema da parte di Vito Mancuso (soprattutto in La vita autentica, Raffaello Cortina, Milano 2009). Egli, nel saggio citato, si propone di argomentare attorno a tre tesi: “1. L’uomo autentico è l’uomo libero – 2. L’uomo autentico è l’uomo libero anzitutto da se stesso – 3. L’uomo autentico è l’uomo che vive per la giustizia, il bene, la verità.

Troveremo che con Guardini si colgono agilmente molto di più che semplici assonanze. Perciò partiamo dal fondo per cercare di correlare tra loro giustizia, bene e verità. Sono parole di enorme portata che meritano sempre di essere specificate in ogni contesto d’uso.

Conviene cominciare dalla verità che evoca più spesso l’idea di dato, tesi, dottrina, dogma da credere piuttosto che processo, evento, relazione da vivere (cfr. ivi, p. 117). Secondo Mancuso la verità non si coglie se non attraverso “il lavoro di chi ama il bene e la giustizia e vuole realizzarli anche a costo di pagare un prezzo” (ivi, pp. 117-118). Si può dire la verità, ma l’essenziale è farla. Non perviene alla luce della verità chi non ama la giustizia e non si dedica al bene, sia dentro di sé (dimensione soggettiva, delle intenzioni e dei sentimenti) sia nelle relazioni con gli altri e col mondo (dimensione ‘oggettiva’, delle parole pronunciate e delle azioni).

Possiamo frettolosamente passare alla seconda tesi (essere liberi anzitutto da se stessi). Anche Guardini pone tale processo al primo posto della conquista della libertà. È un’operazione non facile quella di conoscersi, comprendersi, evitare di autoingannarsi ed essa stessa riesce più penetrante se effettuata nel rapporto con gli altri piuttosto che nella fittizia chiusura del proprio io.

E finalmente approdiamo alla prima tesi in cui l’uomo autentico (fedele a se stesso) è l’uomo libero. Egli non pratica la menzogna né dentro di sé né nei rapporti con gli altri: “la reale attuazione del proprio bene contiene la cura di rapporti leali. La cura di sé si consegue più nella linea dell’altruismo che non dell’egoismo” (ivi, p. 160-161). In buona sostanza è l’amore per la verità che rende liberi, quella “verità che si dice come bene e come giustizia” (ivi, p. 170).

Queste poche righe costituiscono poco più che provocazioni alla riflessione personale. Esse si possono approfondire con qualche riferimento diretto al testo di Mancuso.

Ancora tra antropologia e teologia

Sulla scorta di Aristide Fumagalli (L’eco dello Spirito. Teologia della coscienza morale, Queriniana, Brescia 2012) vorremmo riprendere brevemente la fugace citazione di Paolo come antesignano della concezione relazionale della C. Paolo introduce per primo il termine ‘coscienza’ nel Nuovo Testamento, in cui nemmeno i vangeli ne fanno uso. E ne riconosce contemporaneamente la natura antropologica (tutti gli uomini hanno la coscienza) e la natura teologica (la C è in rapporto alla legge divina).

A partire dal riconoscimento della connessione delle due dimensioni della C morale, Fumagalli elabora un interessante discorso sui rapporti tra Spirito e libertà dell’uomo da cui si genera la coscienza. Essa pertanto ha carattere umano e divino insieme. Lo Spirito interpella la libertà umana prospettandogli la verità morale, che è sempre una verità pratica, e la libertà umana risponde, re-agisce allo Spirito. La C nasce così e pertanto si può definire “eco dello Spirito riflessa dalla libertà umana”.

L’idea di C come ‘sapienza amorosa’, che pratica il bene e la giustizia, dando in questo modo una risposta positiva all’appello dello Spirito, non è lontana da quanto abbiamo esposto fin qui e consente di superare il dualismo tra interpretazione antropologica e interpretazione teologica, mediante un ponte relazionale.

La cura di sé orientata al bene degli altri

Prima di occuparci di formazione è importante, sulle relazioni umane, assumere un’ottica che permetta di comprenderne la complessità. L’analisi di Michel Foucault, filosofo del 900, con i concetti di potere, libertà e cura di sé, ci sembra adatta allo scopo.

Egli guarda alle relazioni umane come campo di esercizio di “tutto un fascio di relazioni di potere che possono esercitarsi tra gli individui” (L’etica della cura di sé come pratica della libertà, intervista in Antologia. L’impazienza della libertà, Feltrinelli, Milano 2006, p. 236). Tali relazioni non hanno a che fare normalmente col dominio dell’uno sull’altro (o di un gruppo sull’altro), eventualità che si produce solo se si fissano, senza permettere le ‘pratiche di libertà’ attraverso le quali i rapporti di potere si possono modificare, diventano mobili.

Tra le pratiche di libertà in primo piano sta la pratica di sé (cura di sé), cioè un “esercizio di sé su di sé attraverso cui si cerca di elaborare se stessi, di trasformarsi e di accedere a un certo modo di essere” (ivi p. 235). Questo, per Foucault, è il fondamento dell’etica, perché la cura di sé è orientata al bene degli altri, a fare in modo che gli inevitabili rapporti di potere che si stabiliscono in ogni relazione umana (anche dentro la famiglia, tra amici…) non sfocino nel dominio. Chi ha buona cura di sé, per non essere schiavo di se stesso e dei propri appetiti, sarà in grado di comportarsi in modo moralmente corretto nei confronti degli altri (ivi p. 240). “[…] se si ha una buona cura di se stessi […] allora non è possibile abusare del proprio potere sugli altri” (ivi p. 241).

Questi limitatissimi flash sul pensiero di Foucault ci consentono di passare al discorso sulla formazione disponendo di strumenti decisivi per la disamina etica sul rapporto educativo. Anche in questo caso si possono leggere alcuni passi dell’intervista a Foucault citata.