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Vincent van Gogh, Notte stellata sul Rodano (1888). Parigi, Museo d’Orsay

NEL BUIO, LA LUCE
RIFLETTENDO SULLA PANDEMIA

Fabrizio Filiberti 

Il tempo pasquale, che ancora ci accompagna fino a Pentecoste, getta una luce intensa di speranza nel buio che stiamo attraversando. Festa del plenilunio di primavera, inizio della rinascita, dopo l’inverno, dopo il tempo buio del caos primordiale che i riti antichi raffiguravano e che anche la quaresima, tempo di digiuno e penitenza, evoca in modo singolare. Prepara e annuncia non il ripetersi ciclico della natura, dei tempi polari di morte e rinascita, di buio e luce, ma un evento di liberazione, una novità assoluta nella nostra storia. A Pasqua Israele è tratto fuori dalla schiavitù d’Egitto; Cristo ci libera dal Male e dal Peccato. Da lì in poi, camminiamo verso la Terra promessa definitiva.

L’incompiuta
Anche un sapiente biblico come Qoèlet ci consegna, però, il quadro quotidiano della ciclicità del tempo, delle situazioni della vita (tempo per nascere/tempo per morire, tempo per costruire/tempo per distruggere, tempo per abbracciarsi/tempo per astenersi dagli abbracci) che ci pone innanzi alla “vanità” del mondo. “Hebel hebalim hakkol hebel” “vanità delle vanità, tutto è vanità”!

Hebel significa qualcosa come fumo, vapore, qualcosa di evanescente, vuoto. È stato interpretato come “inconsistenza” assoluta, privazione di senso, nulla. La vita sarebbe questo “giro di vento”, inutile prendersela tanto. In verità è possibile, e preferibile, leggervi una tonalità più “positiva”: parlerei di incompiutezza. La vita non è un nulla, è incompiuta, manca di quella totalità, di quella pienezza alla quale guardiamo e che la Pasqua, però, ormai ci indica come avvenuta portandoci a sperare anche nelle cose che (ancora) non si vedono.

Occorre, dunque, dar conto di questa paradossale condizione di credenti nella Luce che vince le tenebre (“Il Signore è la luce che vince la notte!”) nel quotidiano dibattersi irrisolto del Buio che ci attanaglia. E se i nostri piccoli malanni ci risultano, alla fin fine, sopportabili, da mettere in conto in una lucida valutazione delle cose di noi mortali, è l’infinita e irragionevole sorte di tanti fratelli e sorelle, ma oggi dovremmo dire anche di madre e sorella natura e di ogni essere vivente, che ci turba e inquieta.

Ogni tanto ce ne accorgiamo. Nonostante la si possa apprezzare per la sua complessiva bontà, la vita ci consegna non poche frustrazioni e una buona dose di infelicità unita a problemi e drammi. Di questa costitutiva precarietà il virus ci sollecita a far memoria: e parlo non solo dell’infezione che ci colpisce, ma del rinnovato dramma degli egoismi personali, degli opportunismi, degli interessi, delle sperequazioni tra popoli e nazioni, a cui assistiamo.

Lo “splendore” del buio
Un recente libretto di Francesca Rigotti (Buio, Il Mulino, Bologna 2020) ci consegna l’occasione per una saggia valorizzazione del buio nel suo “splendore”. Ci spinge a non vedere la sola contrapposizione buio-luce ma, risalendo a visioni antiche e nuove, la loro complementarietà. Il buio è pari al nero, colore triste (perché i preti si vestono di nero, loro, annunciatori di Luce?), la luce è pari al bianco. In realtà, nero e bianco non sono neanche colori “originari”, non appartengono allo spettro dell’arcobaleno: sono una diversa mescolanza, due tensioni, due polarità estreme.

La vita, in fondo, è sempre una mescolanza di sfumature e comunque luce e tenebre ne sono parte. Nella prima separazione del primo giorno della creazione in Genesi luce e tenebre rappresentano qualcosa di essenziale, di costitutivo, una distinzione entro la quale, appunto, la vita è resa possibile. Giorno e notte vengono al quarto giorno (con la creazione dei luminari – sole, stelle). Se chiamiamo “giorno” il tempo di luce, dall’aurora al tramonto, sottolineandone così la distinzione dalla notte”, la cultura ebraica, che “conta” i giorni da sera a sera, più opportunamente vi include entrambi i lati, buio e luce, tramonto, notte, aurora, mattino, pomeriggio, sera…

Qualcosa di nuovo, nella notte, viene alla luce
Se di notte, nel buio, l’attività prevalente è dormire, ma anche fare all’amore, e di giorno è lavorare, mettersi all’opera, ma anche riposare, sappiamo come molte cose importanti avvengono di notte: la Notte dell’Esodo, la Notte Santa dell’Incarnazione o della veglia di Risurrezione (una tradizione dice che Cristo è risorto a mezzanotte: una volta suonavano le campane e mia madre mi bagnava gli occhi per lavar via il male, i peccati…).

Il buio è anche portatore di luce. Peraltro, sappiamo del pericolo che vi sia troppa luce, che ci sia un abbaglio, che anche davanti alla luminosa chiarezza di un evento non lo si riconosca (come nelle apparizioni del Risorto), che anche una vivida fede diventi cieca violenza su sé e gli altri.

Più opportunamente, ci vuole una certa “oscurità luminosa” perché si possa contemplare adeguatamente la realtà. Francesca Rigotti ci ricorda allora che il corretto vedere, fonte di sapere, è non brancolare nel buio ma nemmeno l’abbaglio della ragione, il rischio che alla luce della ragione ci si insuperbisca finendo a vedere solo quello che si vuole vedere (le ideologie, fascismo, nazismo, comunismo, razzismo ecc. come tutti gli –ismi, ci hanno mostrato le perverse conseguenza). Occorre confrontarsi con le tenebre che segnalano i nostri limiti, le cautele necessarie, la fiducia che qualcosa di nuovo “venga alla luce”. Forse per questo l’antichità affida ai ciechi il ruolo di aedo, di visionario, di profeta…

Carramba, che sorpresa!
Indugiare su queste distinzioni mi è parso opportuno in questo tempo di pandemia, dove siamo venuti a contatto quotidianamente non solo con il buio dell’inattesa malattia, della morte, accompagnata dal buio ulteriore del ricovero che ha sovente fagocitato parenti, amici, trascinandoli in una intubazione quale possibile soglia di un non ritorno; ma anche con il buio delle difficoltà di diagnosi, delle ipotesi “scientifiche”, delle evidenze chiare e distinte di molti esperti che si sono rivelate poco dopo oscure e confuse, sbagliate; con i ritardi – di cui s’è spesso parlato, ma ora sperimentato – di una nazione che non ha saputo guardare, negli anni passati, all’essenziale delle cose che contano, spesso nascoste, meno appariscenti, poco glamour, rincorrendo la luminosità (per pochi) del benessere, del successo, dell’apparire, del frivolo.

Abbiamo preferito chiudere gli occhi (fare buio) su molti aspetti necessari della vita (cura, socialità, filiazione), non siamo stati preveggenti e scaltri nel tutelarci (dismissioni di industrie strategiche, privatizzazioni, delocalizzazioni, privilegio di investimenti a stretto ritorno del profitto), siamo stati superficiali, accondiscendenti rispetto alle esigenze impegnative del vivere, dell’investimento di sé nella formazione alla vita e professionale (la scuola, l’università, la ricerca, ma anche la sottovalutazione del patrimonio artistico e delle arti, della cultura), piegate solo all’utile e non alla vocazione al bene comune. Carramba, che sorpresa! Verrebbe da dire.

Lo sguardo globale ci salverà
Chiusi in casa, limitati nei movimenti, incerti sul da farsi per immunizzarci, brancoliamo nel buio di questi giorni in attesa della luce liberatoria. Il rischio maggiore è quello di vivere questo tempo attendendo di passare da una polarità all’altra. Anche lo sguardo sulle “aperture” dal rosso all’arancione al giallo… sono vissute come immediate occasioni di rivincita, magari dando per scontato che poco dopo sarà necessario “richiudere”.

Vorremmo augurarci, invece, che l’esperienza che stiamo vivendo, che comporta costi umani, sociali, economici, spirituali, diventi l’occasione per riflettere – verbo che contiene l’intento di raccogliere in sé la luminosità che viene dalla realtà e, insieme, farla circolare al di là di noi, condividendola – sui punti bui della nostra esperienza, senza timore di dover ammettere che è tempo di cambiare prospettiva, di lasciare entrare in noi e nella società la luce di una risurrezione. Quel compimento non sarà se non attraverso il morire accolto e custodito. Cioè la ripresa della nostra sorte quotidiana di buio, cecità, colpa, peccato. Lo potremo fare solo insieme: il che significa come comunità umana.

Il covid – dice Massimo Recalcati – ci ha costretto a sentire come nostro il dolore altrui (se non in modo compassionevole, almeno per le conseguenze e privazioni che ha comportato). Se non per altruismo spontaneo, per interesse. Eppure, solo uno sguardo globale (di tutti e di ciascuno) sull’umanità di oggi ci salverà.

Si tratta di far risorgere le comunità, le istituzioni sociali e politiche. La loro assenza o debolezza si paga alla fine con il narcisistico ripiegamento, l’egoistico nazionalismo e lo sterile sovranismo dei pochi, i forti e garantiti. L’esperienza del buio vissuto magari marginalmente ci faccia guardare al buio tenebroso dei piccoli e dei poveri, sbandati e abbandonati da qualunque comunità e istituzione. Siamo capaci se vogliamo, e lo siamo stati, di riscatto, spirito di unità, solidarietà.

Fabrizio Filiberti
Presidente di “Città di Dio” Associazione ecumenica di cultura religiosa – Invorio (NO). L’Associazione “Città di Dio” aderisce alla Rete dei Viandanti. Membro del Consiglio direttivo e del Gruppo di riflessione e proposta (Grp) dell’Associazione Viandanti. 

[Pubblicato il 14 maggio 2021]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito “finestresullarte.info”] 

Altri articoli di Filiberti presenti nel sito:
Ripensare la questione degli immigrati
Com’è profondo il mare. Riflessione a partire degli immigrati
Dalla quarantena alla quaresima
Due questioni che ci agitano: pillola RE486 e Ddl
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